Che fine ha fatto la lotta di classe?

Parasite

Volevo dire qualcosa di veloce su un film del quale hanno parlato in tanti, anzi quasi tutti. Veloce perché – visto che ne hanno parlato quasi tutti – non ci sarebbe in effetti bisogno di aggiungere altro. Basta cercare in rete, ognuno troverà di certo il giudizio, il commento, la critica che più sarà in grado di intercettare la sua visione delle cose. Per giunta, bisogna dire che la gran parte di questi giudizi, commenti e critiche inclina all’elogio sperticato. Parasite – è questo il film del quale vorrei parlare – è decretato pressoché all’unanimità un capolavoro. Anthony Oliver Scott, sul New York Times, ha scritto per esempio che si tratta di una pellicola “terribilmente divertente, quel tipo di film intelligente, generoso, esteticamente energico che annulla le stanche distinzioni tra film d’essai e film di intrattenimento”. Dunque: non parlerò della trama, non parlerò della capacità degli attori, non parlerò dell’architettura, cioè della casa in cui si svolge la gran parte delle scene, non parlerò neppure della poetica di questo regista, Bong Joon-Ho, tracciando parallelismi con la sua produzione precedente o con quella dei suoi colleghi convocati quali pietre di paragone. Parlerò solo del tema della “lotta di classe”, che mi pare sia qui piuttosto centrale. Che sia insomma il centro filosofico del film. “Lotta di classe” è una di quelle formule alle quali nessuno (o quasi nessuno) ricorre più. Se alla fine degli anni Sessanta o durante gli anni Settanta non c’era discorso intercettato per strada (nelle manifestazioni) o letto sui giornali (non solo di partito) che non parlasse di questa benedetta “lotta di classe”, da un po’ di tempo di “lotta di classe” non parla più nessuno. Marx e Engels, nel Manifesto, la schizzano così: “La storia dell’umanità non è stata che la storia della lotta di classe. Uomini liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi, oppressori ed oppressi, in opposizione costante, condussero una guerra, ora aperta, ora dissimulata; una guerra che sempre finì con una trasformazione rivoluzionaria dell’intera società, o con la distruzione delle due classi in lotta”. Da questo punto di vista mi pare che il film sia allora definibile come reazionario, altra parolina della quale si è persa traccia, perché rappresenta una lotta, sì, ma solo tra oppressi, e in buona sostanza il fine ultimo di questa lotta, di questo conflitto, non è la distruzione o il superamento della classe degli oppressori, bensì soltanto un cambiamento di status (gli oppressi, chiaramente, non vogliono più essere oppressi) senza cambiare la natura dei rapporti di potere che determinano la differenza di status. Siamo insomma al TINA (“there is no alternative”, come diceva Margaret Thatcher) in salsa sud-coreana? Se avessi letto almeno l’ultimo libro di John Holloway potrei smettere di pensare e passerei all’azione (ruberei un motorino, per esempio, magari lasciando al proprietario la mia bicicletta scassata, oppure cesserei di desiderare un motorino, cesserei addirittura di muovermi). E se invece avesse ragione Annette Kuhn, se cioè la classe s’insinua sotto la pelle, come l’odore di povertà che il bimbo ricco del film riconosce immediatamente perché non gli “appartiene”? Basterà rubare un profumo costoso per abbattere il capitalismo? Basterà non desiderare di distinguere il proprio odore da quello degli altri per realizzare finalmente il Comunismo?

#maltrattamenti

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