Di chi è la colpa?

Anna Magnani Mamma Roma

C’è una scena del cinema che più amo, che ho piantata in testa come un asse attorno al quale prende a girare tutto ciò che dovrebbe coagularsi in un giudizio morale. Girando, appunto, ciò che dovrebbe coagularsi non si coagula, ma resta sciolto, direi sbattuto di qua e di là, ed è proprio questa sensazione di essere sbattuti di qua e di là che sta al centro di quella scena, configurando il motivo di una cosa che vorrei dire adesso, adesso che penso a una storia di cronaca recente. Ma prima di parlare di questa storia, ecco la scena del film. Si tratta di “Mamma Roma”, di Pier Paolo Pasolini. La trovate anche su YouTube, basta scrivere “di quello che uno è, la colpa è solo sua”. Non sono un esperto di cinema, non saprei dire se si tratta di un “piano sequenza” o semplicemente di un “long take”, o addirittura di un “outing con comparse”, come scrive un commentatore che evidentemente conosce tutto della tecnica cinematografica. Non è importante. Si vede comunque Anna Magnani che avanza, di notte, su una strada, e viene affiancata da varie persone. Lei continua a parlare, in realtà sta svolgendo un monologo, ma il monologo si dipana sfruttando l’interlocuzione di chi le cammina accanto, e poi scopriamo che il monologo è in realtà il tentativo di cominciare un dialogo addirittura con Cristo, con il “Re dei Re”, come dice Anna Magnani, Mamma Roma, alla fine della scena. Il dialogo si accende, vorrebbe accendersi al culmine di una domanda: “Di chi è la colpa”? Di chi è la colpa delle disgrazie che ci capitano, della vita disgraziata che facciamo? All’inizio, parlando con una giovane prostituta, Mamma Roma quasi la rimprovera, asserendo che “di quello che uno è, la colpa è solo sua”. Ma poi questa responsabilità semplice e definitiva, senza appello, trova per così dire la via di scavarsi un alveo in cui c’è posto per altro, per la ricerca di una causa che non può essere esibita così facilmente (e infatti diventa una domanda). “E sai perché mi’ marito, er padre de Ettore, era un farabutto disgraziato?”, chiede a un certo punto Mamma Roma. “Perché la madre era ‘na strozzina, e er padre un ladrone. Perché er padre della madre era un boja e la madre della madre ‘n’ accattona, e la madre del padre ‘na ruffiana, e er padre der padre ‘na spia!”. L’atavismo del male riesce forse farci scivolare di dosso la responsabilità? No. Ma la responsabilità dev’essere indagata da ogni lato, perché nessuno può capire esattamente in quale punto della catena degli eventi il bene e il male, che sono sempre congiunti, prendano due strade diverse. Solo Cristo, che pietosamente (si suppone) assiste alla scena senza parlare, solo lui potrebbe dirlo. Ma Cristo non c’è, o se c’è non risponde. L’unica cosa che c’è è questo buio, questo buio pieno di domande, e molti destini, e molte disgrazie. Come quella della donna rumena (ecco il fatto di cronaca a cui accennavo all’inizio) che partorì e forse uccise un figlio in un campo, vicino a Lana, e che fu incarcerata, e poi fu scarcerata, e adesso probabilmente si sta chiedendo, anche lei, “di chi è la colpa?”. La colpa di quello che uno è è solo sua, le hanno detto tutti, offendendola nei modi peggiori, eppure questa risposta non spegne la domanda, non risponde alla vera domanda, perché chi può rispondere non siamo noi, e forse non è nessuno, come di nessuno è la colpa della nostra colpa.

#maltrattamenti

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