L’abisso della cronaca

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Le notizie di cronaca non sono mai un sipario che si tira e dietro ci troviamo il fatto, anzi il mostro (perché spesso il fatto è solo una collana di eventi che noi vogliamo appendere al collo del mostro, così da impiccarlo subito). Generalmente le notizie di cronaca, quelle che vengono strillate dai giornali per farsi comprare, vogliono suscitare solo un brivido di agnizione in chi le legge, un brivido però subito spento dalla scarsa conoscenza che è possibile farsi delle circostanze alle quali, pure, si è pensato di poter dedicare un po’ della propria attenzione, sempre così distratta. La reazione, quindi, ridotta all’osso: ah in che tempi viviamo, ah come vanno male le cose, sempre peggio, davvero sempre peggio, qui ci vorrebbe, qui bisognerebbe, qui io farei, qui bisognerebbe fare e così via. Ma la cronaca, dicevo, non è mai solo un sipario che possiamo alzare a piacimento e – una volta deposte le nostre quattro banalità al margine – poi richiudere come se niente fosse. La cronaca è un abisso, un crepaccio, e occorre calarcisi dentro seguendo tutte le precauzioni del caso. Noi pensiamo di aver a che fare con persone e cose immediatamente riconoscibili, identificabili, disponibili a confermare il nostro consueto giudizio sul mondo, sugli affari del mondo, invece le persone e le cose non sono mai come sembrano, la faccia che mostrano non è mai la faccia che hanno, la loro voce è un’altra e dice esattamente il contrario di ciò che noi sulle prime intendiamo, o almeno, se non è proprio il contrario, è comunque diverso – ed è una differenza sulla quale occorrerebbe indugiare a lungo. Prendiamo quanto successo a Lana, la storia della cittadina rumena arrivata da poco in Italia per la raccolta delle mele e ora finita in carcere perché accusata di aver ucciso il proprio bambino, subito dopo averlo partorito. Cosa si nasconde dietro a una storia così, qual è la trama abissale lungo la quale va a comporsi un fatto terribile e insondabile come questo, o meglio sondabile, ma solo usando tutta la prudenza possibile, tutto il tatto necessario, tutto il rispetto di cui dovremmo essere capaci, e soprattutto tutto il silenzio del quale, invece, non siamo davvero quasi mai capaci? A questa domanda non c’è risposta, perché essa suscita la eco di una domanda ancora più vasta. Sant’Agostino, commentando il Salmo 41, l’ha formulata così: “Chi mai potrà comprendere che cosa l’uomo reca nell’intimo, che cosa può, che cosa sa, di che cosa dispone, che cosa vuole, che cosa non vuole?”. Troppo misticismo? Una predica inutile? Non abbiamo bisogno di domande, ma solo di risposte? Non abbiamo bisogno di porte aperte, ma di chiudere subito la porta, anzi tutte le porte, tutte le celle, e di buttare via la chiave, anzi tutte le chiavi? Non abbiamo bisogno di capire, ma solo di giudicare? Io penso che sia esattamente il contrario. Giudicare, sentenziare senza ascoltare, riflettere e capire è come inchiodare una tavola marcia sulla bocca di un pozzo, e saltarci sopra, pensando stupidamente che regga.

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