Il lavoro che resta da fare

Stare insieme è un'arte

Questo è articolo è apparso in lingua tedesca sul settimanale “ff” – Ausgabe 36/2019 – con il titolo “Was noch zu tun bleibt”.

Prima di parlare della nuova edizione (e della traduzione in tedesco) del libro di Lucio Giudiceandrea e Aldo Mazza (“Stare insieme è un’arte. Vivere in Alto Adige/Südtirol – Das Handwerk des Zusammenlebens in Südtirol/Alto Adige”, Edizioni alphabeta Verlag) vorrei stendere alcune considerazioni preliminari. La prima: chi firma questo articolo non propone una recensione nel classico senso del termine. Anch’io, infatti, sono presente come autore, avendo scritto una piccola appendice (“Aus der Sicht des Verräters”) che, assieme ad un altro testo di Hans Karl Peterlini, fornisce una guida molto personale alla lettura del nostro territorio. Fin dall’inizio, perciò, sono stato un convinto sostenitore di questa pubblicazione. La seconda: nonostante la collaborazione con il settimanale “ff” preveda che i miei articoli vengano scritti in italiano, ho deciso di avvalermi del tedesco non solo perché il libro esce adesso anche nella bella traduzione di Walter Kögler, nella speranza di poter raggiungere tutti quei lettori – non solo sudtirolesi – che non hanno la possibilità di apprezzare la versione originale: il motivo, il vero motivo è un altro, ossia quello che mi consente finalmente di scendere in media res. “Stare insieme è un’arte” parla molto anche di lingue in contatto e di come sia difficile promuovere una vera coscienza e attitudine plurilinguistica in un luogo nel quale proprio le lingue, il loro uso e apprendimento, hanno rappresentato e rappresentano ancora una questione aperta.

All’inizio del volume, nell’avvertenza che spiega sommariamente le ragioni di questa nuova edizione/traduzione, si legge: “Questo libro è stato scritto nel 2012 e inquadra dunque la situazione di allora. A leggerlo oggi, diversi passaggi possono risultare non più attuali, mentre alcuni riferimenti temporali del testo sono scaduti”. L’affermazione suona a mio avviso troppo ottimistica. L’attualità del libro, infatti, non si è mantenuta solo grazie all’universalità che sostiene l’impianto teorico, ma risiede nel fatto che, in effetti, molte, forse troppe cose sono rimaste esattamente le stesse ben oltre il limite del 2012. Non si registrano neppure grandi variazioni introducendo l’elemento più innovativo con il quale gli autori si confrontano nell’ultima parte, aggiunta per l’occasione, che parla del fenomeno dell’immigrazione. Rispetto a questa staticità, o per meglio dire avvertendo il rischio di una tale staticità, il testo può allora essere inteso anche come un pacato suggerimento su come adeguare il nostro sistema autonomistico alle nuove esigenze e al tempo in cui viviamo.

Al centro della riflessione è posta la geometria variabile delle relazioni alle quali gruppi diversi hanno la facoltà di accedere stando a stretto contatto. Le parole chiave sono quattro: Gegeneinander, Nebeneinander, Ohneeinander e Miteneinander. Da un’epoca in cui i gruppi storici dell’Alto Adige/Südtirol si confrontavano in modo aspro, facendo cioè prevalere episodi conflittuali, si è gradualmente passati ad un modello di convivenza che ha perfezionato un relativo pacifico accostamento (più o meno la fase in cui ci troviamo adesso), modello però arrestatosi davanti a un bivio di possibilità sulle quali noi tutti siamo chiamati a decidere: il Nebeneinander, vale a dire il semplice vivere gli uni accanto agli altri, può infatti maturare ulteriormente in un proficuo Miteinander (vivere gli uni insieme agli altri), secondo il quale è proprio dalla compresenza di più gruppi linguistici che la nostra provincia dovrebbe trarre motivo di orgoglio e sviluppo, oppure degenerare in un Ohneeinder (vivere gli uni senza gli altri), in una reciproca indifferenza che dà ormai questi parziali successi per scontati, rischiando quindi di riaprire la strada a ritroso verso il Gegeneinander (vivere gli uni contro gli altri) dal quale siamo partiti. L’idea forte del libro è che tali variazioni geometriche non siano da lasciare a se stesse, accontentandoci di assistere al loro semplice e per così dire spontaneo divenire, ma occorra sviluppare delle tecniche di controllo – una serie di strumenti consapevoli, un’arte, appunto – la cui elaborazione dev’essere approntata in primo luogo dalla politica e dalla sua capacità d’indirizzo. La presenza di molti stranieri rende poi questo compito ancora più stringente e improcastinabile: “Altoatesini, sudtirolesi, ladini e tutti coloro che vivono in questa terra: abbiamo una missione comune da compiere. Lavorare per una nuova prospettiva che ci porti a cercare, insieme, soluzioni per tutti. È ormai giunta l’ora di tentare questa impresa. Non è detto che vi riusciremo. Ma non provarci sarebbe un’imperdonabile omissione” (questa la conclusione del libro nella sua edizione originaria, del 2012).

Chiudo tornando alla mia introduzione iniziale. In una condizione di convivenza ideale, per la quale cioè la lingua scelta sarebbe indifferente e l’esistenza di un vasto pubblico di lettori capaci di leggere in più lingue maggiormente assodata, non mi sarei posto neppure il problema: avrei scritto in italiano, come sempre. Questo pubblico, però, è ancora ristretto. Inoltre, neppure io sarei stato capace di scrivere il pezzo senza l’aiuto di una traduttrice (ringrazio Anna Rottensteiner della sua capacità e della sua disponibilità), perché troppo pigro o comunque insicuro riguardo le mie effettive competenze. Segno che c’è ancora molto da fare.

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