Il fantasma del fascismo

Non fare il salame

Manifesto e fotografia di Andrea Villa

Il fascismo è un fenomeno ancora così politicamente influente? Oppure l’insistere sui tratti caratterizzanti la dittatura del passato nasconde altri, ben più ravvicinati pericoli?

La parola chiave per afferrare le incomprensioni che – da sempre – caratterizzano i festeggiamenti del 25 aprile nel dibattito pubblico italiano è “divisione”, declinata mediante l’aggettivo “divisivo”. Il 25 aprile sarebbe “divisivo” – si è argomentato, e vedremo subito chi ne ha dato l’ultima interpretazione – perché manterrebbe aperto il solco della guerra civile fra fascisti e antifascisti. La formula è stata di recente riproposta in grande stile da Matteo Salvini, stavolta attivando un campo semantico di tipo calcistico: “Basta con il solito derby tra fascisti e comunisti”. Per evitare di finire nella spirale del derby, ha sostenuto il ministro dell’interno, occorre mettere tra parentesi i festeggiamenti del 25 aprile, non festeggiarlo o comunque non considerare importante riflettere sulle implicazioni di un simile dissidio. Ma la formula scellerata del derby da evitare (scellerata perché banalizzante e livellante) permette a noi di interrogarci su chi siano, in realtà, i protagonisti di questo derby, ossia da chi siano composte le squadre che ipoteticamente continuerebbero a fronteggiarsi.

Non ha tutti i torti Salvini, allorché ritiene che il confronto abbia ormai assunto una natura fantasmatica (e dunque sia necessario congedarsene: diciamo finalmente addio ai fantasmi del comunismo e del fascismo che si affrontano ogni 25 aprile), ma per congedare un fantasma occorre conoscerlo bene, perché – come diceva Virginia Woolf – “è molto più difficile uccidere un fantasma che una realtà”, e soprattutto è necessario censire le case e i luoghi in cui i fantasmi tendono a manifestarsi. Lasciando per il momento da parte la questione del fantasma del comunismo (non è ovviamente questione da poco, visto che il comunismo ha preso ad aggirarsi per l’Europa proprio in qualità di fantasma…), quale sono le case, qual è il luogo in cui si manifesta il fascismo e cosa, del fascismo, non accenna ad attenuare la sua presenza? In altre parole: chi o cosa, oggi, può dirsi davvero fascista e quali forme assume la persistenza di una tale figura così restia ad essere storicizzata, distanziata, esorcizzata?

Per rispondere a queste domande potremmo convocare tre recenti posizioni, espresse da tre autori diversi. Non si tratta di una progressione dialettica (tesi, antitesi e sintesi), quanto piuttosto di sfumature in un dibattito complessivo che negli ultimi tempi ha visto emergere dei veri e propri casi editoriali (si veda per esempio il mastodontico, eppure vendutissimo romanzo M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati, edito da Bompiani nel 2018, candidato alla vittoria del prestigioso premio Strega).

Sommariamente, ecco lo schizzo di queste posizioni. Secondo lo storico Luciano Canfora (il quale ne ha parlato in alcune interviste, ma anche nel suo ultimo libro La scopa di Don Abbondio, Laterza 2018) il fascismo è persistente perché sussiste una continuità tra il fenomeno storico ed alcune manifestazioni autoritarie successive – da Francisco Franco a Juan Perón, dai colonnelli greci agli ustascia croati, ma anche fino all’attuale governo italiano, almeno nei tratti incarnati dal ministro-poliziotto Salvini) – basate su un sentimento razzistico del rifiuto del diverso: “è questo il fondamento del fascismo, il tratto essenziale del suo Dna”. Ma proprio l’esistenza o l’insistenza di tratti comuni, afferma Emilio Gentile, uno dei massimi studiosi mondiali del fascismo, deve suggerirci un giudizio molto più prudente riguardo alla tesi di un supposto “fascismo eterno”, come l’ha definito Umberto Eco, in definitiva mai morto in quanto costantemente rinascente. “La pratica dell’analogia – scrive nell’incisivo volume Chi è fascista, Laterza 2019 – è molto diffusa nelle attuali denunce sul ritorno del fascismo, con un uso pubblico della storia in cui prevale la tendenza a sostituire alla storiografia – una conoscenza critica scientificamente elaborata – una sorta di astoriologia (…), dove il passato storico viene continuamente adattato [e quindi falsato, ndr] ai desideri, alle speranze, alle paure attuali”.

Sempre rinascente o fantasmatico che sia, ecco infine la terza posizione contenuta in modo implicito nel terzo libro molto utile che vorremmo qui segnalare (Francesco Filippi, Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo, Bollati Boringhieri 2019). Oggi continuiamo a parlare e dibattere sul fascismo perché tutto sommato lo conosciamo poco, o ce lo siamo scordato (o non ci abbiamo mai fatto veramente i conti, secondo un’altra versione), e quindi tendiamo a travisarne i tratti salienti enucleati dall’efficacissima macchina del consenso allora disposta dalla propaganda del regime (accanto alla vulgata antifascista, che si è imposta nel periodo immediatamente successivo alla fine della guerra, si è protratta e ha prosperato, non senza coperture istituzionali, anche quella nostalgica, che per l’appunto tendeva a credere all’esistenza di un fascismo probo ed efficiente), tanto da rendere necessaria una meticolosa operazione di debunking, cioè di smontaggio di vere e proprie bufale: non resta per esempio in piedi neppure quella apparentemente più incontestabile, che Mussolini abbia cioè svolto un ampio e fruttuoso programma di bonifiche delle paludi.

È possibile, in conclusione, farla davvero finita col fascismo? Farla finita con il fascismo, per inciso, è il titolo di un altro libro, anch’esso uscito da poco presso l’editore Laterza, che raccoglie alcuni scritti e discorsi di Ferruccio Parri, uno dei protagonisti principali della guerra di resistenza, nonché il primo presidente del Consiglio dell’Italia liberata. Forse si tratta di una domanda alla quale non è così urgente rispondere, perché se non ci lasciamo abbacinare da eclatanti manifestazioni di reviviscenza coreografica o regressiva, è forse più importante focalizzare lo sguardo su ciò che – attirando per pigrizia su di sé l’epiteto di fascista – propone qualcosa di parimenti inquietante ma di innovativo e diverso. Lo esprime molto chiaramente Gentile alla fine del suo Chi è fascista: “Il pericolo reale, oggi, non è il fascismo, ma la scissione fra il metodo e l’ideale democratico, operata in una democrazia recitativa, conservando il metodo ma abbandonando l’ideale. Il pericolo reale non sono i fascisti, veri o presunti, ma i democratici senza ideale democratico”.

ff – Ausgabe 18/2019

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