#stuprapound

stupro-viterbo

Si ha il dovere di restare umani di fronte all’inumano e di non arrendersi alla stupidità e alla barbarie quando la stupidità e la barbarie prendono il sopravvento. La prima reazione che ho avuto davanti al presunto stupro di Viterbo (perché la presunzione di innocenza deve essere sempre conservata fino all’emissione di un giudizio definitivo), violenza che avrebbe come responsabili due esponenti della locale filiale di CasaPound, la prima reazione che ho avuto, dicevo, è stata quella di apprezzare la conferma di un pregiudizio: proprio loro, ho pensato, loro che hanno rispolverato gli abietti manifesti razzisti di Gino Boccasile, quelli che mettevano in guardia gli italiani dai probabili, anzi certissimi stupratori “negri” – “Difendila! Potrebbe essere tua madre, tua sorella, tua figlia” -, e che poi, a veder bene, “madresorellaefiglia” era allora solo un modo per non dire “figa”, come invece si dice disinvoltamente oggi, e davanti alla “figa”, si sa, la guerra è stata sempre accanita (la guerra per il controllo della “figa”, senza bisogno di andare fino in Islam), proprio loro, insomma, adesso mi cadono su una buccia di “figa”? Troppa grazia. Questa comunque la prima reazione, il primo impulso. Poi, a freddo, altre considerazioni. Possiamo tracciare un perimetro di salvezza (salvezza nostra, anzi salvezza mia che qui ne scrivo) attorno a quei due “infami”, senza abbandonarli alle lacerazioni dei gruppi che se li contendono. La contesa dei gruppi, ecco ciò che non è già più interessante, dopo il primo attimo di risate e sconcezze che germinano nel corpo sociale dal quale siamo costantemente inghiottiti. E vedete che l’oscillare da nave pazza, da nave sbattuta, ci costringe sempre ad opporre un “noi” a un “loro”, mentre di “lei” neppure si parla? Così una mela marcia, due mele marce, tre mele marce, quante mele marce occorrono per dire che marcio è l’intero albero, e l’intera fruttagione? No, marcio è solo il ragionamento che toglie la responsabilità individuale, la storia di quegli individui (anche se sono due o tre, anche se sono mille gli individui non smettono mai di essere individui, almeno davanti alla morte che li aspetta, che ci aspetta, che mi aspetta) e la torce in responsabilità collettiva, facendone un simbolo che dev’essere completato da una folla. Facciamo adesso tacere le frasi stupide, in primo luogo quelle sprecate al massimo livello (“30 anni di galera”, ha detto senza sapere di alcuna giurisprudenza il primo vicepremier, “castrazione chimica” ha ruttato il secondo, nel suo classico stile gastroesofageo). Pensiamo a quella scena compiuta nel tristo teatro dei carnefici e della vittima: soli i primi, anche se biecamente accorpati, e soprattutto sola la seconda, la quale poi sola è rimasta a lungo, e lo sarà sempre, perché in questo caso non c’è un gruppo da edificare a suo sostegno, non c’è un ruolo politico da brandire o da maledire. “Nessuna maledizione è peggiore di un’idea propagata attraverso la violenza”, diceva il vecchio Ezra dal cognome stuprato.

#maltrattamenti

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