Sudtirolo ancora al bivio

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Non si costruisce alcun futuro se non si guarda anche al passato. In rapporto al passato, però, non possiamo comportarci in modo ingenuo, come se esso offrisse un repertorio di fatti semplicemente disponibili e perfettamente chiari nel loro significato immutabile. Il passato risorge, per così dire, solo dopo un’operazione di conquista capace di salvarlo e trasportarlo provvisoriamente nel futuro. In base alla scelta che noi facciamo (cosa o chi vogliamo salvare, cosa o chi preferiamo dimenticare) può essere poi intuito il tipo di futuro che ci attende.

Per il prossimo 21 ottobre – data in cui si svolgeranno le elezioni del nuovo Consiglio provinciale – il passato ci offre una formula resa nota da Friedl Volgger, politico e giornalista sudtirolese ormai conosciuto purtroppo soltanto dai meno giovani. Volgger fu un antifascista e un antinazista. Insieme al Canonico Michael Gamper, a Erich Amonn e Josef Mayr-Nusser costituì un punto di riferimento per i cosiddetti “Dableiber”, la minoranza che rifiutò di abbandonare il Sudtirolo in seguito allo scellerato accordo delle “Opzioni”. In seguito alla sua opposizione al Völkischen Kampfring Südtirols (l’organizzazione filonazista che sosteneva l’annessione del Sudtirolo alla Germania) subì l’internamento a Dachau. Sopravvissuto all’esperienza del campo di concentramento, divenne un protagonista della vita politica e culturale post-bellica, pubblicando infine un libro di ricordi (1984) che, per l’appunto, porta un titolo che contiene una formula futuribile: Mit Südtirol am Scheideweg, Sudtirolo al bivio.

Il bivio del quale parlava Volgger nel 1984, ovviamente, non è esattamente il bivio che ci troviamo davanti adesso. In un certo senso ne eredita però alcuni tratti, confermandoci nella supposizione che, in una terra come la nostra, sia inevitabile ritrovarsi sempre un po’ indecisi sulla strada da prendere. Come se, insomma, fossimo ancora sospesi tra opzioni per fortuna non laceranti come quelle del 1939, e tuttavia capaci di farci leggere quella pagina dolorosa in filigrana. A guardar bene, infatti, non c’è dubbio che il bivio principale sia ancora questo: dobbiamo ritenere l’autonomia una formula definitiva, non questionabile, e quindi da difendere come valore in sé, oppure possiamo darla per scontata, addirittura ritenerla sacrificabile e alterabile in vista di soluzioni più drastiche, intendendola alla stregua di un trampolino dal quale saltare verso un altrove dai contorni più avventurosi e seducenti? Pur tra difficoltà, incertezze ed errori, la via fin qui percorsa ha dato delle risposte incoraggianti, garantendo un benessere diffuso. Al contrario, le alternative prospettate (anche dov’era previsto che affiorassero in modo proficuo, come all’interno della Convenzione per la riforma dell’autonomia) non hanno fatto altro che tornare a rianimare incomprensioni, sospetti e potenziali conflitti.

Corriere dell’Alto Adige, 13 ottobre 2018

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