Violenza senza confini

Violenza di genere

Chi cerca trova, dice il proverbio. Purtroppo – cercando in internet notizie con la parola chiave “femminicidio” – talvolta si riesce subito a trovare moltissimo. Ecco per esempio il caso di una donna di 31 anni uccisa lo scorso 20 marzo a Terzigno, nel Napoletano: omicida il marito, che ha eseguito il delitto dopo aver accompagnato a scuola la figlia. Ecco un’altra donna di quarantasei anni, di origini sudamericane, uccisa anche lei dal marito appena tornato dall’Ecuador per tentare di riallacciare il “difficile” rapporto. Ecco un appuntato dei carabinieri di servizio a Velletri: il 28 febbraio – raccontano le cronache – ha sparato alla moglie con la pistola d’ordinanza dopo una lite in strada. Poi è tornato in casa e, prima di togliersi la vita, ha ucciso le due figlie che stavano dormendo.

Sono solo tre esempi, la punta di un iceberg di violenze perpetrate secondo uno schema fisso e devastante, non legato a particolari contingenze territoriali. Anche nel nostro Alto Adige, si ricorderà, è accaduto qualcosa di simile. A Bressanone, appena due mesi fa, una donna di cinquantasette anni fu ritrovata ferita mortalmente da una serie di coltellate. Come immediato responsabile venne individuato il compagno, il quale peraltro teneva la confessione in tasca, scritta su un biglietto. Logico quindi che la preoccupazione sia molta e – oltre al prezioso lavoro delle associazioni che offrono protezione a donne minacciate – siano da salutare con favore tutte quelle iniziative volte ad estendere il volume di riflessione e consapevolezza su ogni pratica di violenza di genere, magari al fine di prevenirne la drammatica degenerazione.

Ma quali sono i soggetti che dovrebbero essere invitati, anzi obbligati a riflettere? I maschi allogeni più di quelli nati da generazioni di autoctoni? Dall’esame dei fatti più efferati non si evince una predilezione territoriale. I protagonisti non appartengono neppure a una cultura particolare e sembra indifferente la loro appartenenza religiosa. Leggere così la mozione presentata dalla consigliera provinciale Elena Artioli, la quale ha chiesto che vengano istituiti corsi obbligatori e test di educazione civica focalizzati alla prevenzione della violenza di genere, rivolti però esclusivamente agli “stranieri”, fa pensare ad una iniziativa discriminatoria e soprattutto inutile, giacché non inciderebbe sui confini più vasti e spesso familiari del problema. Semmai, parliamone di più a scuola. Senza escludere nessuno.

Corriere dell’Alto Adige, 29 giugno 2018

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