La psichiatria è anche politica

francobasaglia

In una celebre intervista televisiva fatta da Sergio Zavoli a Franco Basaglia nel 1968, a un certo punto il giornalista chiede allo psichiatra: «Le interessa più il malato o la malattia?». La risposta sintetizza un programma rivoluzionario: «Oh, decisamente il malato!».

Lunedì scorso è stato ricordato anche così, citando queste parole, l’uomo che dall’inizio degli anni Sessanta fino al 13 maggio del 1978, cioè esattamente 40 anni fa, contribuì in modo decisivo a smantellare l’istituzione totalitaria degli ospedali psichiatrici, dei manicomi, restituendo ai malati la soggettività, i diritti civili e in pratica la speranza di poter vivere con piena dignità.

Nella «Casa Basaglia» di Sinigo, un luogo «aperto», gestito dunque tenendo conto dell’impostazione prevista dalla legge 180, si è discusso in particolare delle modalità con le quali la norma — secondo Norberto Bobbio l’unica grande riforma effettuata in Italia nel Novecento — è stata di fatto applicata sul territorio nazionale e provinciale, e di quello che resta ancora da fare. La primaria del Servizio psichiatrico del comprensorio sanitario di Merano, Verena Perwanger, ad esempio, ha miscelato elementi di soddisfazione con annotazioni più critiche. In particolare, è l’esiguità dei fondi a disposizione — poco più del 3% dell’intera cifra destinata alla sanità, mentre la media europea si avvicina al 10% — che oggi inibisce quel salto di qualità necessario a rendere la terapia psichiatrica qualcosa di ben più sistemico e comprensivo di un mero dispositivo tecnico, di per sé incapace di abbattere le barriere dell’emarginazione. Neppure in provincia di Bolzano, a dispetto della sua autonomia finanziaria, la situazione è diversa dal resto del Paese, ha ammesso la dottoressa.

Secondo Basaglia — ecco qualcosa che tendiamo spesso a dimenticare e che a Sinigo è stato opportunamente sottolineato — il lavoro di una psichiatria che pone al centro della sua attenzione il malato, prima della malattia, include anche un gesto profondamente politico. Decostruire le istituzioni disumanizzanti — non solo in ambito clinico, bensì ovunque si producono esercizi di segregazione o esclusione tali da azzerare la volontà e persino l’identità degli individui — è un compito da risvegliare ed estendere all’intero corpo della società. Un compito, peraltro, iscritto nello spirito della nostra Costituzione, la quale ci sprona a rimuovere tutti gli ostacoli che limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini e impediscono il pieno sviluppo della persona umana.

Corriere dell’Alto Adige, 17 maggio 2018

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