La rivincita del tacchino

Penna di tacchino

Glu glu, glu glu. Chi ha voce, oggi, rinuncia alla parola: sta in disparte, tace, si fa cavo; lascia la scena, per intero, al passaggio di un tacchino che gloglotta.

Nella terza sezione del libro “Divertimenti tristi”, scritto dall’autore brissinese Enrico De Zordo e appena pubblicato per i tipi delle Edizioni Alphabeta Verlag, è contenuta una deliziosa prosa minima il cui incipit disegna il confine di uno spazio simbolico apparentemente inesorabile: “Il cielo sopra Bolzano, sotto qualsiasi aspetto lo si consideri, pullula di aquile”.

Il raccontino, che per l’appunto conforma il suo titolo al nome del più regale dei rapaci, prosegue con un elenco di volatili effettivamente rinvenibili o transitati in loco (“l’aquila del Terzo Reich, l’aquila napoleonica, l’aquila fascista, l’aquila bicipite austriaca”), mentre altri sfumano nel puro divertissement letterario (“l’aquila-demonio, l’aquila della tradizione pellirossa, l’aquila-giustizia di Dante”). Questa moltitudine di aquile sorvola – è il caso di dirlo – una storia e un paesaggio caratterizzati da ciò che l’autore, altrove, ha chiamato “lo sciopero degli eventi”. Molto semplicemente, nella nostra provincia è come se le cose tendessero a ripetersi o a non evadere mai in modo veramente significativo dagli schemi consueti – si pensi a certi evergreen che inceppano il discorso pubblico –, e la tentazione di sottrarsi al loro perpetuo spettacolo diventa perciò irresistibile, una vera e propria necessità esistenziale: “Più spesso mi verrebbe voglia di cambiare cielo, o che entro la linea del nostro orizzonte irrompesse finalmente un tucano”.

L’irruzione di un tucano sarebbe una soluzione, ma forse troppo estrema. Ecco quindi che viene in soccorso un altro uccello, rappresentato sulla copertina del libro mentre corre, o addirittura fugge in uno spazio vuoto. Si tratta di un tacchino, l’uccello vittima per eccellenza, visto che per lui, al contrario dell’aquila, il valore simbolico si contrae per ridursi quasi interamente a quello d’uso, ossia all’essere mangiato. Transitando dall’immagine imperante ma statica dell’aquila verso quella sfuggente e dinamica del tacchino, sentiamo comunque già una benefica diminuzione di peso, un alleggerimento del contesto in cui siamo inseriti, e possiamo così avvistare una dimensione di ritrovata normalità.

Non è affatto male cessare di credersi nobili, irraggiungibili aquile e accettare invece la nostra umile condizione di tacchini, creature condannate a fuggire dal piatto al quale sono destinate non appena nascono, ma proprio per questo pronte a far smettere di scioperare gli eventi, cercando altrove, in altre occupazioni, in altri sogni, un futuro migliore. Siamo tacchini, non aquile, e non appaia un disonore. Forse, al contrario, è l’unico modo per rimettere in moto la nostra storia.

Enrico Divertimenti

Enrico De Zordo durante la presentazione di “Divertimenti tristi”, il 7 maggio 2018 alla libreria Ubik di Bolzano

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