Mediazione, sfida ineludibile

Malevic Cerchio Nero

La medaglia dell’onorificenza al merito (Ehrenzeichen) è costituita da un’aquila del Tirolo in oro, attorniata da un anello d’argento che culmina in un fiocco nel quale sono incise le parole «Aquila tirolis dignitate honesto». Assegnata ogni anno il 20 febbraio, giorno della morte di Andreas Hofer, tale decorazione verrà appuntata stavolta anche al petto di un altoatesino, Aldo Mazza, che in tale cornice potrebbe apparire a prima vista eccentrico e quasi dissonante. Da quando si è stabilito in Sudtirolo, 46 anni fa, il fondatore della scuola di lingue e attualmente direttore della casa editrice Alpha Beta ha infatti sempre agito e pensato per testimoniare una «dignità dell’esistere» consapevolmente «altra» rispetto alle determinazioni identitarie prevalenti. Ciò lo ha spesso portato a denunciare limiti e possibili degenerazioni del concetto di appartenenza, se inteso come raggelata eredità.

In cosa potremmo quindi scorgere l’essenza del contributo dato da Mazza alla nostra comunità? In primo luogo il senso di lieta fatica connesso al principio della tecnica della convivenza, una tecnica (da lui chiamata «arte»), che nella sua riflessione tenta di porre fuori gioco due aspetti generalmente contrapposti in modo superficiale: quello dell’ineluttabilità del contrasto, dell’inconciliabilità delle differenze, ma anche quello della naturalezza e della facilità con la quale entità diverse si accorderebbero da sole, senza il minimo sforzo. Non è così, ci ha insegnato Mazza, poiché ogni accordo, ogni progetto d’incontro implica sempre che in prima battuta le parti rinuncino a qualcosa, mettano cioè in discussione i propri schematismi abituali e si collochino in uno spazio che non potrà mai essere strappato all’incertezza. Incertezza che rappresenta la sfida ineludibile della mediazione, da affrontare a livello individuale e collettivo.

È alla luce di tale interpretazione che l’Alto Adige/Südtirol è visto da Mazza come una società ancora «in bilico», che «può cadere, come spesso purtroppo fa, nella deriva etnica o può diventare un modello di convivenza, dove le diverse comunità e identità non siano concorrenti, ma complementari». Al di là della legittima soddisfazione per il merito personale, è questa la fonte di maggiore soddisfazione leggendo la lettera della sua convocazione a Innsbruck: un segno tangibile e squillante a favore della complementarità, del dinamismo e della diversità come ricchezza.

Corriere dell’Alto Adige, 10 febbraio 2018

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