Uno specchio deformante

Bozen

L’annuario 2017 dell’Istat — riferito al 2016 — ha scattato una fotografia della provincia di Bolzano elencando una serie di dati estremamente positivi. Eccone alcuni: qui abbiamo il maggior tasso di incremento demografico d’Italia (+0,5%), il tempo è quasi sempre bellissimo (piove meno che a Napoli), i nostri ospedali (nonostante le file al pronto soccorso) hanno il maggior numero di posti letto per abitante, siamo primi nella spesa pro capite per interventi e servizi sociali, inoltre (anche in questo caso nonostante non manchino i professionisti del lamento e i cantori del «degrado») i cittadini intervistati hanno dichiarato di non percepire un tasso di criminalità particolarmente preoccupante.

Tutto bene, dunque? Ovviamente no, ma se volessimo tracciare su tale visione rosea alcune pennellate negative non dovremmo permettere che il quadro d’insieme ne risulti offuscato. Si tratta di trovare il giusto equilibrio per offrire una narrazione oggettiva. Proprio la mancanza di equilibrio e di oggettività è uno dei difetti che riscontriamo soprattutto quando ci capita di raccontarci all’esterno. Recentemente, per esempio, il quotidiano Il Foglio ha pubblicato un lungo articolo dello scrittore bolzanino Daniele Rielli dai toni, più che pessimistici, addirittura catastrofisti. L’occasione per scrivere il pezzo era data dalla discussione sul doppio passaporto, ma Rielli ha optato per consegnare al lettore una sorta di riassunto del suo contributo contenuto nel libro «Storie dal mondo nuovo» (Adelphi). Storie che, nel capitolo finale dedicato all’Alto Adige, sembrano piuttosto prelevate dal mondo vecchio, ossia quello — per intenderci — descritto da Sebastiano Vassalli negli anni Ottanta in «Sangue e suolo» (Einaudi) e nel quale la nostra provincia appariva stretta da un’inesorabile morsa fatta di privilegi e segregazione etnica. Possibile che da allora non sia cambiato nulla, ammesso e non concesso che già a quel tempo si stesse così male?

Per raccontare la nostra provincia, insisto, occorrerebbe più equilibrio. Non viviamo nel migliore dei mondi possibili, ma neppure in un «piccolo mondo — come scrive Rielli — a tenuta stagna». Anche qui la realtà cambia o, almeno, può cambiare. Per agevolare il cambiamento è indispensabile però esercitare la critica in modo sobrio e circoscritto, evitando di scadere in alcuni stereotipi distruttivi, che spesso sono solo il controcanto stonato di altrettanto inutili autocelebrazioni.

Corriere dell’Alto Adige, 12 gennaio 2018

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