Emogramma del nostro razzismo

Francesca Melandri

Francesca Melandri, fotografia di Carlo Traina

Dopo il grande successo di “Eva dorme” (Mondadori, 2010) e “Più alto del mare” (Rizzoli, 2010), Francesca Melandri torna oggi in libreria con un romanzo di grandi dimensioni e di ampie ambizioni.

Sangue giusto” (ancora per Rizzoli, 2017, pagine 527) segue l’impostazione conosciuta – vale a dire quella di proiettare le vicende relative ai protagonisti sullo sfondo della grande storia – ma stavolta il sofisticato meccanismo ad incastri è concepito in modo ancora più esplicito per illuminare in senso politico gli eventi contemporanei (il fenomeno migratorio che da anni tiene banco nelle cronache e impegna le agende politiche degli stati), fornendone al contempo una chiave d’interpretazione archeologica e prospettica. Libro che dunque muove da uno scavo biografico (corrispondente al piano, più stretto, della finzione letteraria), si allarga a coinvolgere ampie porzioni di una esperienza collettiva in gran parte rimossa (gli anni del colonialismo italiano in Etiopia: 1936-1941) e infine si accredita come possente esempio di letteratura civile, non scadendo nello schematismo ideologico che divide il mondo in buoni e cattivi.

Senza citare i nodi attorno ai quali si sviluppa la trama – lasciamo ai lettori il piacere della scoperta –, è forse opportuno insistere ancora sul plesso di storia e narrazione, cioè sui limiti esercitati reciprocamente da questi due aspetti. In una riflessione che riassume la sua poetica, l’autrice ha scritto: “I limiti sono il grano di sabbia attorno al quale l’ostrica creerà la perla. Un danzatore su un palco vuoto con totale libertà di movimento è senza punti di riferimento; diamogli una sedia magari insieme all’obbligo di non staccarsene e inventerà una formidabile coreografia” (F. Melandri, “Raccontami una storia”, in “Storia e narrazione in Alto Adige/Südtirol”, a cura di A. Costazza e C. Romeo, edizioni alphabeta verlag, 2017). La sfida della creazione deve allora essere compresa come il tentativo di mantenere sempre saldo il punto d’equilibrio tra caratterizzazione individuale e significato universale, mostrandone tutti gli intrecci possibili. Sfida che ci pare sia stata vinta in modo brillante, purché si sappia apprezzare il ritmo largo del tempo presupposto ad eseguire la lettura, assumendo cioè le digressioni e le diramazioni che intersecano il ritratto dei protagonisti come strumenti della loro progressiva manifestazione. Fino alla sorpresa conclusiva.

Se il titolo di un libro serve a condensarlo in un’immagine, possiamo intanto dire che “Sangue giusto” rappresenta un compiuto emogramma del razzismo italiano: toglie il velo su vicende apparentemente sepolte (basti pensare a particolari raccapriccianti come l’uso dei gas sulle popolazioni invase o al ricorso fin troppo disinvolto della violenza sessuale, non raramente alla base del fenomeno del “madamato”), e ritrae la nostra persistente incapacità di riconoscere piena dignità umana ai migranti di pelle scura, allorché essi vengono descritti quali pericolosi elementi di disturbo sociale (o per l’appunto, persino come minacciosi agenti di inquinamento del sangue) da reprimere mediante la pratica della detenzione arbitraria e del respingimento coatto. Il fatto che tale referto si palesi a poco a poco, come i lenti movimenti dell’indagine condotta da una figlia alle prese con la verità a lungo nascosta dal padre, contribuisce a trasformare una questione privata in una domanda decisiva per tutti. Le storie di Attilio Profeti, di Abeba, di Ilaria, del ragazzo etiope e di tutti gli altri protagonisti di questo bellissimo romanzo non forniscono soltanto lo scintillante tappeto letterario preposto al nostro godimento estetico, ci aiutano anche a rendere più intelligibile il dibattito sul diritto di cittadinanza degli stranieri o su come stabilire la relazione con il continente africano al di là degli automatismi che, tuttora, tendono invece a riconfermare logiche di tipo neocoloniale.

Corriere dell’Alto Adige, 14 settembre 2017, pubblicato col titolo: “Razzismo italiano”.

Sangue Giusto

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