Due narrazioni, una sola città

Piazza Walther

Narrazione è un termine molto inflazionato. Si incontra ovunque, forse perché più suggestivo dei suoi modesti corrispettivi referenziali. La speranza è che quanto viene narrato — e non semplicemente raccontato o esposto — affascini, persuada o comunque catturi un pubblico altrimenti sempre più distratto e apatico. Su Bolzano esistono almeno due narrazioni alternative e di recente si sono confrontate su canali diversi.

La prima è andata in onda alla televisione austriaca (Orf 2), grazie al servizio di Ines Pedoth intitolato «Mein Bozen». Ecco dunque l’immagine di una città in piena salute, riavutasi dal passato conflittuale che ha segnato la storia dell’Alto Adige-Südtirol, quindi orientata a coltivare tutte le sue virtù più scintillanti: bilinguismo diffuso, savoir-vivre, gente soddisfatta, sorridente, alla moda. Una Bolzano molto «Schickimicki», come dicono in Germania, narrata (voilà) soprattutto restando nel centro storico dei negozi e dei caffè, peraltro senza che la vista incroci mai richiedenti asilo o questuanti, e accennando solo di sfuggita alla parte posta oltre il fiume Talvera, dove ci si può addentrare giusto per considerare la fine che hanno fatto i superstiti delle semirurali e rifarsi subito la bocca con il gelato di un noto artigiano, nei paraggi di piazza Mazzini.

La seconda narrazione — diffusa perlopiù in rete — corrompe e incupisce l’idillio. Cittadini che si lamentano di tutto, in preda alla paura, alla rabbia, che non lesinano confronti tra un passato di quiete e un presente condannato allo sfacelo e al degrado, dando libero sfogo al razzismo nei confronti degli immigrati (esiste una pagina, involontariamente comica, intitolata «Bolzanistan»). Infaticabili, essi sono alla continua ricerca di spunti che mettano sotto accusa l’amministrazione, la quale sembra dare ragione a chi la rimprovera d’inefficienza e così dissemina le vie d’accesso al centro (lo stesso in cui, intanto, la Schickimickeria entra ed esce dai costosi negozi di scarpe con in mano un gelato artigianale) di barriere in cemento armato.

Com’è possibile che la medesima città, in fondo molto piccola, produca una tale bipolarità? Non è improbabile che il difetto consista proprio nel tentare di parlarne affidandosi a narrazioni celebrative o stigmatizzanti, che finiscono per risultare sfocate o nascondere una parte della realtà. Più che di narrazioni ad effetto, avremmo bisogno di descrizioni sobrie e magari anche di qualche critica circoscritta, senza esaltarci o abbatterci troppo.

Corriere dell’Alto Adige, 2 settembre 2017

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