Diario calabrese (10-24 luglio 2017)

Calabria copertina

Il mio sarà un viaggio senza meta e il mio unico traguardo sarà il tempo atroce che divora gli uomini (Luigi Malerba, Itaca per sempre)

I. Poche righe al giorno da questa vacanza in terra di Calabria. Prima cosa positiva, la famosa autostrada Salerno-Reggio Calabria, che abbiamo percorso fino a Lamezia Terme. Una bellissima autostrada, poco trafficata e a tratti lunare (sembrava di stare sulla luna). Quanti anni ci sono voluti per averla? Trenta? Cinquanta? Non importa, adesso c’è e mi pare funzioni. La Calabria è una terra molto aspra, la gente mi pare mediamente gentile, il mare è bello, ma la spazzatura ai bordi delle strade francamente troppa. Come troppi sono gli incendi che punteggiano le colline e fanno levare in alto continui pennacchi di fumo. Sembra che ai calabresi non interessi molto adeguare la loro terra a standard turistici rassicuranti. Ma non è possibile trovare qui neppure molti angoli di positiva arretratezza che darebbero una sfumatura piacevole all’aggettivo “selvaggio”. Si è costruito moltissimo, invece, e male. La grande periferia che ha reso orrende molte città italiane qui si ritrova anche in riva al mare. Peccato. Probabile che le autentiche bellezze siano nascoste e comunque fragilissime. Nei prossimi giorni andremo a cercarle.

Calabria noi tre

II. Nella piazzetta di Copanello c’è un negozio di alimentari in cui vado a comprare ogni giorno il pane per la colazione. Pane ottimo, devo dire, e commesse gentilissime. Una, in particolare, è anche ciarliera e butta lì sempre due sottintesi che io ogni volta soppeso nella loro eventuale latenza di richiesta di complimenti apportatori di rinnovate chiacchiere: sono troppo grassa perché mi piace mangiare, ergo non mi sposerà nessuno. La prima volta che sono andato lì c’erano anche i miei figli, i quali hanno deciso poi che il compito di andare a prendere il pane poteva essermi delegato senza ulteriori indugi. Così uno dei temi d’innesco della conversazione tra me e quella commessa è anche questo: oggi non li ha portati? No, dico io, preferiscono dormire. Ieri questo teatro minimo ha però rivelato un equivoco sul quale mi toccherà lavorare. La ragazza, squisitamente, ha infatti commentato così: “Eh, ma sono in vacanza, li lasci pure dormire – I SUOI NIPOTI”. Non so che faccia devo aver fatto. Fosse stato un fumetto avrei avuto sulla testa la nuvoletta con scritto “NIPOTI???” e una serie di improperi. Comunque non ho detto niente. Ho preso la busta con il pane e sono uscito dal negozio. Non sono riuscito neppure a trovare un possibile salvagente: mi avrà mica scambiato per lo zio?

Calabria normanna

III. Un edificio normanno del XI secolo, una necropoli bizantina, un teatro romano e un anfiteatro. Poi ulivi maestosi e l’azzurro del mare in lontananza. La bellezza forse non salverà il mondo, ma ci aiuta parecchio.

IV. Stasera parlo di cibo. Qui si mangia in genere bene, anzi benissimo. Soprattutto per me, che amo la generosità piccante, ogni angolo è una scoperta. La mia menzione d’onore, per il momento, la assegno al Bar Jolly di Stalettì (per le brioche col gelato e le granite) e allo Spuntino Campagnolo di Soverato, una meravigliosa osteria “arcaica” (la definisco così) che occupa in pratica una specie di stazione di posta con annessa una piazza. Patron (e cameriere) un settantenne che incarna l’essenza del territorio: il signor Peppe. Dopo averci annusati, l’oste ci ha proposto un menu degustazione per tre che era un piccolo viaggio di meraviglie. Infinita sequenza di antipasti, una meravigliosa pasta e ceci e, quasi come dessert, lo stocco (stoccafisso) con patate e olive. Persino i miei figli erano entusiasti di un’abbuffata dalla quale siamo usciti pesanti (in senso buono) e felici. Prezzo all inclusive: 60 euro. Peppe ci ha raccontato poi della pigrizia imprenditoriale dei locali (compresa la sua) e dello stupore che ha provato quando gli hanno detto che il suo locale era stato segnalato dalla guida di Repubblica che associa percorsi autostradali a divagazioni gastronomiche. Se vi trovate da queste parti fateci un salto, dal buon Peppe. Mangiare così, sotto le stelle e accompagnati da un concerto di grilli, è un’esperienza che vi riconcilierà col mondo.

Cakabria Pensilina

V. L’altro giorno ho visto una cosa che mi ha fatto riflettere molto. Avevo notato questa fermata dell’autobus sulla strada da Soverato a Stalettì passandoci accanto veloce. Sono tornato indietro e l’ho fotografata. Come interpretare una cosa del genere? Trasformare il luogo in cui si vive in un immondezzaio è possibile forse solo sulla base di una serie di gesti che fanno della noncuranza un’abitudine selettiva. Si sceglie per esempio di scempiare un luogo come questo come per fare un esorcismo. Lo faccio qui per concentrare in un punto tutto lo schifo possibile, e subito volgere la testa dove andrò a stare poi, dove sicuramente non accadrà (e invece è già accaduto, perché qualcun altro ha pensato la stessa cosa). È questa forse anche la logica delle discariche abusive. Luoghi della separatezza immaginaria. Ogni autentica rinascita (in Calabria come ovunque) si origina dal percepire, dal sentire in modo quasi doloroso che il destino di ogni frammento di territorio è tale solo grazie al destino di tutti gli altri, che la separatezza (qui è mio, là mi è indifferente) non è più possibile. Bisognerebbe battere su questo chiodo continuamente. Aiutiamoci a casa nostra, perché ovunque è casa nostra.

VI. Prima di Tropea, dietro la città, letteralmente alle sue porte, le tracce dei recenti incendi incorniciano la cosiddetta “perla del Tirreno” in un paesaggio devastato. La città pare fingere che ciò che è accaduto non sia accaduto, comportandosi da quadro senza cornice. Una finzione impossibile. La ragazza tropeana (è lei che mi suggerisce l’aggettivo giusto) che vende centrifughe e succhi mi racconta che è stato alla fine di giugno, e per giorni tutta la città era ricoperta di cenere. C’è troppa gente che finge di trovarsi in un posto da vedere a tutti i costi, a Tropea. Mentre le cose che davvero balzano agli occhi, e che si dovrebbero considerare con sgomento per giurare a se stessi che non si potranno più ripetere, quelle fanno solo volgere la faccia altrove. La “perla” Tropea soffoca dentro la sua conchiglia bruciata.

Calavbria Pasquale Negro

VII. Questo annuncio ci ha fatto ridere parecchio. Il tizio che lo ha prodotto (quello della foto) si rivolge direttamente ai tedescofoni: “non capite nulla? Imparate l’italiano”. E chi glielo dovrebbe insegnare l’italiano a svizzeri, germanici e austriaci? Ovviamente lui, Pasquale Negro, senza neppure bisogno di pagare (si accontenta di una libera offerta).

Calabria Bodo

VIII. Finire di leggere questo splendido libro su questa splendida terrazza. Sto diventando vecchio e mi commuovo facilmente (come Ulisse appena tornato a Itaca, anzi di più, ché io Itaca neppure ce l’ho).

Calabria lui

IX. Stamani poi è apparso lui. A vederlo poteva quasi essere una figura eterna, appena staccato da un quadro verista dell’Ottocento. Invece trainava una colonna di pinguini di plastica (3 euro l’uno). E l’effetto era sconcertante, allegro e triste insieme.

X. Oggi ho rivisto i bronzi di Riace dopo 37 anni. La prima volta fu a Firenze, li avevano appena restaurati. Ricordo benissimo l’evento (fu organizzato e riuscì in quanto tale). La fila lunghissima per entrare nel luogo in cui li avevano esposti, e poi quell’apparizione incredibile, due sculture che sembravano, anzi erano l’immagine primordiale e finale di ogni statuaria, belli da far paura. Nel Museo archeologico di Reggio Calabria sono collocati in una stanza che li tiene, a mio avviso, troppo distanti l’uno dall’altro, e forse in condizioni di luminosità poco scenografiche. Sembrano due atleti raggelati nella luce di un’alba polverosa. Ma forse è il ricordo e la nostalgia del mio primo incontro a suggerirmi queste parole. Più buio intorno, più vicini fra loro, colpiti da una fonte luminosa che pioveva loro sul capo, l’effetto era (e dunque sarebbe) quello di due miraggi marini, come in effetti devono essere sembrati a chi, nel 1972, li ripescò dal fondo sabbioso del mare di Riace, su cui giacevano da duemila anni. Restano comunque uno spettacolo senza pari, questi fratelli di vere sirene, e profumano d’alga, hanno la memoria dei cantori che intonavano storie di mostri nascosti tra le onde del Mediterraneo, parlano di città o flotte incendiate, sono amore e poesia. Non è possibile neppure fotografarli, perché non si lasciano catturare da nessuna immagine. Vanno visti e sognati.

XI. “Squillace. Cittadina interessante e ricca di memorie, m 344, ab. 3293, è posta su una rupe in faccia all’omonimo golfo, in vicinanza del boscoso altipiano delle Serre. È nota per l’artigianato delle terrecotte, ancora abbastanza attivo”. Così la guida del Touring, aggiornata al 2005. Ieri sera l’impressione che ho avuto è che di abitanti ce ne fossero molti meno. Un borgo quasi abbandonato, anzi, l’unico punto di vita la trattoria o locanda dei Templari sotto le mura del castello (mangiato benissimo, fra l’altro). A vedere questo stato di relativo abbandono (penso all’inverno, o meglio non oso pensarci) mi si stringe il cuore. Squillace è solo un esempio dello spopolamento del nostro Appennino, la colonna vertebrale d’Italia ormai svuotata di midollo. Tra i sogni più ingenui che ho, compiere un’emigrazione dal centro alla periferia del paese, dal rumore verso questi silenzi, ma – e soprattutto – dal Nord al Sud, invertendo un corso che solo la pigrizia e l’ottusità collettiva hanno stabilizzato lungo l’altro vettore. Poter ripartire da qui, risvegliarsi attivi al centro di questo lago di sonno, e ricostruire con amore e compostezza una vita altrove dissipata in giri sempre più frenetici. Perché non è possibile? Vorrei fosse possibile.

Calabria immagine finale

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