La mancanza di mediatori

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La recente polemica che sta scuotendo il Paese, inclusa la nostra provincia, in merito alla questione dei vaccini può essere letta tematizzando la perdita di credibilità della scienza (in questo caso la scienza medica) di fronte a chi ne è esposto alla pratica e dunque agli effetti. Non si tratta in realtà di qualcosa di nuovo, perché — ne parla in modo molto chiaro un volume scritto da Umberto Curi («Le parole della cura. Medicina e filosofia», Raffaello Cortina 2017) — è la medicina stessa, fin dal suo atto di nascita, a non escludere una costante apertura della discussione sulle sue radici epistemologiche, allorché esse venissero erroneamente ritenute assicuratrici d’infallibilità. Infallibili, i medici non lo sono mai stati e non lo saranno mai. Ma a maggior ragione non lo sono neppure gli scettici e i critici che, con giudizi spesso ideologici e prevenuti, intendono opporre al sapere medico dati d’esperienza refrattari a condividerne le medesime basi scientifiche. Un passaggio del libro di Curi, che riassume nella parte iniziale la fenomenologia storica del termine «medico», ci aiuta a centrare un aspetto rilevante. Riassumendo la posizione del filosofo e medico ebreo medievale Mosè Maimonide, viene ricordato il nesso etimologico che legherebbe la parola «medeor», da cui deriva la medicina, a «medietas», ossia il «giusto mezzo», secondo Aristotele l’architrave dell’etica: «La medicina maimonidea è una teoria dell’armonia e una pratica della moderazione che guida il buon medico lungo la strada maestra e mediana e che lo tiene lontano dagli estremi, ambedue pericolosi, dell’interventismo farmacologico e chirurgico e dell’astensionismo terapeutico».

Al di là di come si decida d’interpretare partigianamente la querelle sui vaccini — cioè a prescindere se si voglia sposare la linea governativa che ne impone in modo massiccio la diffusione, oppure si vedano tali misure addirittura come un possibile attentato alla salute pubblica —, è evidente che il problema maggiore sia proprio l’estremizzazione, l’abbandono della «strada mediana» di cui parlava Maimonide, e sulla quale dovrebbe essere in primo luogo la politica (come arte della mediazione) a investire tutte le sue energie. In mancanza di validi mediatori politici, ossia persone capaci di ricucire le posizioni divergenti individuando i necessari punti di contatto che la polemica tende invece a strappare, non viene danneggiata così solo la qualità della discussione, ma rischiamo di mettere a repentaglio l’aspetto più importante e alla fine anche l’unico che conti, vale a dire il bene comune.

Corriere dell’Alto Adige, 4 agosto 2017

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