Le contraddizioni con cui misurarsi

Ferro

Prima di poter dire qualcosa di sensato sull’ennesima ripresa dell’annosa polemica concernente le scuole dell’infanzia di lingua tedesca, occorre rimuovere dal terreno l’utilizzo troppo disinvolto di due termini tossici: Überfremdung e apartheid. Al primo — che potremmo tradurre con la formula «eccessiva penetrazione di elementi stranieri» — sono ricorsi in particolare quei commentatori di lingua tedesca che, al netto di alcuni casi circoscritti in cui realmente si sono avute classi con larghissima presenza di bambini non di madrelingua tedesca, paventano un’inverosimile rottura degli «equilibri etnici» e parlano con un gergo echeggiante la retorica völkisch, come se ancora ci trovassimo nel Ventennio fascista. Al secondo, prediletto dai rappresentanti del pensiero anti-autonomistico italiano, hanno invece alluso quanti scambiano il sacrosanto diritto di difesa delle minoranze come un inutile ostacolo alla rivendicazione dei diritti individuali: il figlio è mio e lo iscrivo dove voglio io.

Dopo aver affermato che non siamo di fronte ad alcuna Überfremdung e che in Alto Adige/ Südtirol l’apartheid può essere evocata solo per scherzo, è bene però non banalizzare il problema. Anche perché la questione tocca una delle contraddizioni costitutive del nostro sistema (talmente costitutiva da esibirne in modo potenzialmente virulento i limiti). Continuiamo erroneamente a pensare che uno degli scopi principali della scuola dell’infanzia sia di consolidare i bambini all’interno della supposta comunità linguistica alla quale appartengono i genitori, senza considerare che il numero delle differenti composizioni sociali è sempre meno riconducibile a un modello semplificato. Se insomma il presupposto di partenza può valere forse ancora per il gruppo tedesco, ciò non rispecchia più la composizione sfrangiata delle aspettative formative. Aspettative che, conseguentemente, indirizzano sempre più persone a procacciarsi occasioni di apprendimento e di socializzazione interlinguistica secondo modalità non previste dal sistema. Continuare a far finta di nulla, limitando per esempio la scelta individuale, oppure dichiarare sic et simpliciter che si debba abolire, sono opzioni sterili o impraticabili. Eppure c’è da temere che anche questa estate passerà senza applicare a tale contraddizione, della quale peraltro non molti si rendono conto, l’analisi in grado di preparare ipotesi di soluzione costruttive.

Corriere dell’Alto Adige, 28 luglio 2017

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