Molto cuore e poco futuro

Durni e compagnia

Quando pensiamo all’Austria e al Sudtirolo ci viene in mente sempre una parola: Herzensanliegen, o anche Herzensache. Faccenda di cuore, insomma, con tutto ciò che ne consegue.

I parlamentari austriaci hanno dedicato alla questione cardiaca le ultime sedute prima della pausa estiva. L’occasione era data dalla celebrazione del venticinquesimo anniversario della quietanza liberatoria (da noi ampiamente festeggiata a Merano). Gli interventi che si sono succeduti, con le inevitabili sfumature dovute all’ispirazione dei diversi partiti politici, hanno perlopiù sparso abbondante miele sulla ferita storica. Con l’inevitabile amarognolo ricordatoci dai Freiheitlichen di Strache e Neubauer, i quali ovviamente hanno parlato di «unità tirolese», da intendere sempre come secessione dall’Italia. Quello che però c’è da chiedersi è se, oltre al miele e all’amarognolo, è possibile cavare da un simile effluvio di parole rituali anche qualcosa di più sostanzioso. Per farlo il cuore serve a poco (tanto quello batte comunque) e occorrerebbe in effetti l’organo posizionato nella scatola cranica. Il cervello, diversamente dal cuore, non si muove da solo, ma quando pensa produce uno sforzo d’intensità variabile a seconda degli stimoli che riceve.

Commentiamo allora la fotografia che mostrava i nostri Knoll, Atz e Durnwalder intenti a seguire gli oratori. Il trio è significativo, perché traccia una linea di relativa continuità tra due diversi tipi di passato affacciati sul medesimo vuoto di futuro. Leggere il pensiero dei primi due, esponenti di Süd-Tiroler Freiheit, non è difficile. Per loro il futuro coincide esattamente con il passato, e la chiusura della questione sudtirolese non è che una variazione sul tema della sua inesausta riproposizione. L’anno da rivivere costantemente è il 1918, un anno congelato con orrore nella memoria patriottica e al quale vorrebbero costantemente tornare, come se tutto ciò che l’ha seguito non avesse portato anche qualcosa di buono. Ma neppure l’ex Landeshauptmann è messo meglio, a ben vedere. Le cronache delle sedute della Convenzione per la riforma dell’autonomia, nelle quali si è reso protagonista, ce l’hanno mostrato come nostalgico emulo di Magnago sul podio di Castel Firmiano, anche lui congelato nel grido «Los von Trient!».

Se a Vienna batte il cuore, si potrebbe sintetizzare, a Bolzano a volte il cervello pare offuscato in perpetue rivisitazioni del passato che non passa.

Corriere dell’Alto Adige, 1 luglio 2017

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