La minoranza più scomoda

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La denominazione corretta è Rom e Sinti, ma perlopiù la vulgata li definisce come «zingari», termine purtroppo quasi esclusivamente carico di connotazioni negative. Pescando nel cesto senza fondo dei pregiudizi troviamo di solito affermazioni come queste: gli zingari sono tutti ladri, rubano i bambini e per compenso ricevono la casa gratis. Mai visti al pari di un qualsiasi altro gruppo di individui, ovviamente caratterizzato da esempi positivi e negativi, per loro non ci si vergogna di ragionare all’ingrosso, e così quasi ovunque si parla di un «problema» da risolvere mediante l’estinzione sistematica (come accadde negli anni dei fascismi) o la rimozione forzata.

Il peccato originario che — come un vero e proprio stigma  — perseguita tali popolazioni consiste paradossalmente nell’essere il primo modello di veri europei: senza uno Stato particolare di riferimento, senza un esercito e inclini a una mobilità che contraddice in modo drastico la logica nazionalista responsabile di aver lavorato il profilo del continente durante il XIX secolo. Da questo punto di vista, com’è stato chiarito dal meritevole convegno organizzato dalle antropologhe Paola Trevisan e Elisabeth Tauber, tenutosi alla Lub, il destino di emarginazione o negazione violenta della loro identità — voluto dalla monarchia asburgica, dal fascismo e dal nazismo — rappresenta una perfetta cartina di tornasole per ottenere un disarmante ritratto delle nostre società, di ciò che riteniamo in modo semplicistico essere la nostra esclusiva cultura. L’analisi approfondita del concetto di cultura, che non può fare a meno di comprendere l’eterogeneità e l’irriducibilità delle sue diverse componenti, trae dall’esperienza dei Rom e dei Sinti un contributo essenziale per la decostruzione della mitologia dell’appartenenza, con la quale vorremmo sempre livellare ogni «diverso».

Non è allora un caso che, pure in una regione in teoria abituata a vedere nelle minoranze e nella loro tutela il proprio tratto distintivo, l’assenza di una documentazione specifica sulle pratiche storiche di annientamento dei nomadi si nutra anche con la perdurante incapacità di riconoscerne la presenza storica sul territorio. Poche e benemerite realtà si oppongono alla tendenza generalizzata. Lo fa, ad esempio, l’associazione «La Strada – Der Weg» che ha organizzato una conferenza sulla cultura sinta al centro culturale Lovera. Si tratta d’importanti gocce di consapevolezza in un mare di perdurante ignoranza.

Corriere dell’Alto Adige, 14 giugno 2017