L’altra faccia del silenzio

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Ognuno conosce il «Werther» di Goethe, il suo sfortunato amore per Charlotte e l’epilogo, con il suicidio del protagonista. Forse è meno noto che di un vero e proprio «effetto Werther» si parla, in ambito sociologico e psichiatrico, a proposito del fenomeno emulativo, allorché viene diffusa la notizia di un gesto così estremo. Sono perciò gli stessi specialisti che si occupano di tali tristissime storie a raccomandare il massimo riserbo.

Il silenzio e la prudenza possono tuttavia rivelarsi un corsetto troppo stretto davanti a un incremento sensibile di suicidi registrati in un breve lasso di tempo (negli ultimi sei mesi ben otto casi tra val Pusteria e valle Isarco). Ciò soprattutto tenendo conto che l’enorme estensione della superficie informativa della quale oggi disponiamo, grazie al web, finisce ugualmente per far circolare notizie un tempo ben più facilmente controllabili. Il problema non è più dunque circoscritto solo all’alternativa del parlarne o meno, ma riguarda in concreto le modalità con le quali gli intricatissimi nodi del disagio psichico possono essere sciolti se le attuali mani, diventate moltissime, si rivelassero poi non competenti.

A proposito di soggetti competenti: intervistato dal portale online «Salto», il primario del servizio psichiatrico di Brunico, Roger Pycha, ha lamentato la soppressione di un progetto di autopsia psicologica che era servito proprio a illuminare circostanze e motivazioni di molti decessi violenti. L’obiettivo delle perizie post-mortem è di fatto l’unico metodo per ricostruire il quadro psicologico e sociale utile all’individuazione di cause altrimenti disperse in una ridda di ipotesi e conclusioni condannate a restare troppo vaghe, pur sapendo come neppure l’indagine più accurata possa determinare con esattezza la dinamica per cui una persona è portata a togliersi la vita. «Se il progetto fosse ancora attivo — ha affermato Pycha — ci sarebbe la possibilità di risalire in modo ben più obiettivo e accurato dal punto di vista scientifico alle circostanze che hanno causato la morte degli otto ragazzi e stabilire se, per esempio, ci troviamo davanti a un nuovo gruppo a rischio». Attrezzarsi per passare da una strategia del silenzio a una che si adatti all’epoca nella quale viviamo, e sempre più vivremo, richiede uno sforzo di notevole intensità. Sarebbe perciò almeno indispensabile dotarsi dei migliori strumenti utili ad affrontare la complessità di un tema così delicato.

Corriere dell’Alto Adige, 19 maggio 2017