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Alimarket

Il dato è desolante. La provincia di Bolzano — una delle zone più ricche d’Italia, anzi, d’Europa — non riesce a venire a capo di una situazione tutt’altro che emergenziale, caratterizzata dalla presenza sul territorio di alcune centinaia di richiedenti asilo. Ammassati in strutture palesemente inadeguate del capoluogo, quando non addirittura ributtati per strada nella speranza che si dissolvano miracolosamente in aria, alcuni di loro creano situazioni di prevedibile tensione. L’ultimo fatto, accaduto nella notte tra domenica di Pasqua e ieri, può sorprendere solo chi, in tutti questi mesi, ha sempre cercato di non vedere, di non capire. Le responsabilità sono distribuite tra i piani alti della politica — dove l’indecisione o il calcolo miope regnano sovrani — e negli scantinati dei social network, dove sobbolle e si scarica indisturbato il razzismo più becero.

Concentrare in uno spazio angusto duecento persone, provenienti per di più da regioni diverse del mondo, senza altra occupazione che non sia di attendere la maturazione del proprio incerto destino, quindi con un potenziale altissimo di conflittualità reso ancora più virulento dalla promiscuità, significa innescare una bomba a orologeria. Sapevamo che l’ex magazzino Alimarket era una struttura non consona alle esigenze di una moltitudine di passaggio. Non venne destinato neppure agli alpini al tempo della grande adunata, ricordiamolo. Trasformarlo in un centro di «accoglienza» pressoché permanente vuol dire tendere la corda fino a farla spezzare e creare tutte le condizioni affinché si sviluppino disordini e fatti gravissimi.

Se oggi siamo qui a scrivere di pochi feriti, dobbiamo ringraziare la fortuna e le forze dell’ordine, che peraltro non sono uscite indenni dalle colluttazioni. Le problematiche inerenti l’immigrazione costante alla quale siamo esposti non si possono più affrontare come si è fatto sinora, in pratica imitando i protocolli di gestione per le emergenze più acute e sempre nella speranza di risultare poco attraenti o persino inospitali. Una strategia di cortissimo respiro, che non ha mai pagato. Le migliori pratiche suggeriscono invece di frazionare in modo cospicuo il numero dei richiedenti asilo e pretendere che vengano distribuiti in tutto il territorio, per essere integrati con maggiore facilità e non semplicemente stoccati — non c’è altra parola — in un regime di quasi completa passività.

I campanelli d’allarme sono suonati a sufficienza. Adesso è tempo di agire.

Corriere dell’Alto Adige, 18 aprile 2017

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