La ribellione sui muri

murales

Sapete cosa vuol dire «tag» nel linguaggio dei graffitari? Si tratta della forma base di un graffito, cioè la firma del writer realizzata con lo spray o un pennarello indelebile. E «throw-up»? Significa vomito, ma nel writing si usa per indicare diversi tipi di graffiti, ad esempio quelli realizzati con un solo strato di colore di riempimento e un outline, oppure ogni sorta di bubble style non necessariamente monocromatico, ma comunque di rapida realizzazione. Mi fermo qui, tanto si capisce che il mio sfoggio di cultura è posticcio. Una giungla di termini che sottendono una forma di vita stratificata e complessa, perlopiù incomprensibile alle moltitudini di persone che ogni giorno passeggiano per la città e s’imbattono in una multiforme colata di segni ritenuta, quando va bene, superflua, oppure senza mezzi termini indecorosa e vandalica.

Christian Guémy, in un articolo pubblicato sul sito Rue89, definisce così l’essenza della street art: «Il coraggio è il principale elemento per giudicare la qualità di un intervento. La performance serve a trasgredire e a provocare nello spazio pubblico. La ricercatezza delle calligrafie è estrema e arriva fino al criptaggio. Lo scopo principale dei graffitari è piacere al proprio gruppo di appartenenza, e non piacere alla società che intendono provocare». Ecco dunque gli ingredienti: istoriazione dello spazio pubblico, reazione alla cementificazione, mimesi semiotica dei processi di inclusione/esclusione e, inutile negarlo, una forte componente di ribellione che urta la sensibilità dei comuni cittadini, sprovvisti dei codici culturali necessari ad apprezzare tali manifestazioni, specialmente allorché vengano esercitate sulla loro proprietà privata. In questo senso il contrasto non potrebbe essere più netto e infatti, periodicamente, le istituzioni intervengono per cancellare le tracce dei graffitari. Il sindaco di Bolzano, Renzo Caramaschi, ha dichiarato che prossimamente affiderà a una squadra di imbianchini la pulizia di parecchi muri deturpati. Alla periferia della città esistono già degli spazi, delle superfici murali sulle quali è permesso dipingere legalmente. Inevitabile però che non bastino a soddisfare quanti vedono nella sfida all’ordine estetico costituito la motivazione prevalente del loro agire. Si tratta perciò di una lotta endemica tra istanze urbane inconciliabili, l’esito della quale dipende da profondi processi di mutazione del gusto e del senso civico, più che dalla tolleranza delle amministrazioni o da saltuari provvedimenti repressivi.

Corriere dell’Alto Adige, 13 aprile 2017

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