La reciprocità riduce la paura

preghiera musulmana

I lettori italiani conoscono il nome del giornalista Constantin Schreiber grazie a un volume, da lui curato, in cui il blogger saudita Raif Badawi raccontò il suo personale calvario. In «Mille frustate per la libertà» (Chiarelettere) il tema è quello della facoltà negata di esprimersi criticando uno Stato che usa la religione, o meglio la shari’a, come strumento di governo, dunque di repressione: «Gli Stati legittimati dalla religione tengono chiusi i loro popoli nel cerchio angusto della fede e della paura». Schreiber — esperto di lingua araba — adesso ha mandato nelle librerie tedesche un altro libro, «Inside Islam», dal quale apprendiamo che quanto si predica nelle moschee disseminate in Germania esprime spesso l’inconciliabilità tra i valori delle democrazie occidentali e la professione di fede islamica, equiparata a un pericoloso nemico insediatosi all’interno della nostra società. Per fortuna si sta facendo sempre più largo la consapevolezza che senza una più approfondita opera di mediazione non sarà possibile risolvere i problemi causati dall’accostamento di culture potenzialmente conflittuali. Ne è prova il corso di lingua araba di recente istituito presso il comando bolzanino dei carabinieri, con il quale una quindicina di volontari prenderà confidenza con il difficile idioma, nel frattempo praticato da un cospicuo numero di migranti residenti in Alto Adige. Un’iniziativa peraltro non basata esclusivamente sul sospetto e la diffidenza. «Il fatto che i carabinieri sentano l’esigenza di imparare almeno i rudimenti della nostra lingua — ha affermato l’insegnante Khadija Lachgar — è un segnale importante che va nella direzione di una miglior comprensione dello straniero e favorisce l’integrazione».

A proposito di integrazione, l’iniziativa ci permette di sfatare uno dei tanti malintesi che ne rendono senz’altro più difficile l’affermazione. Molti infatti pensano che gli stranieri — se vogliono integrarsi — debbano quasi scomparire nella cultura del Paese ospitante, riducendo alla sola sfera privata le peculiarità della propria identità di partenza. Un’esperienza traumatica, non di rado causa di radicalizzazione e di rifiuto aggressivo. Garantire invece un apprezzabile livello di reciprocità, permettere uno scambio alla pari, in primo luogo di natura linguistica, costituisce l’unico modo per stabilire proficui ponti culturali e una base di contrattualità indispensabile all’abbattimento dei muri. Solo la conoscenza reciproca può alimentare il capitale di fiducia che limita la paura originata dalla diversità.

Corriere dell’Alto Adige, 6 aprile 2017

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