Plurilinguismo burocratico

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I dati relativi all’esito degli esami di bilinguismo negli ultimi due anni dipingono un quadro a tinte fosche. Restringendo il focus ai livelli A e B — che segnalano o dovrebbero segnalare le nostre cosiddette eccellenze — il crollo è disarmante. Se nel 2014 la quota dei promossi al patentino A superava, sebbene di un soffio, il 50%, due anni dopo di questa cifra si è perso per strada quasi il 20%. Addirittura dimezzati, poi, i volti sorridenti all’uscita della prova B: dal 44% giù fino al 26%.

Ovviamente si potrebbero trovare della attenuanti: ricordare che l’esistenza di altre certificazioni equipollenti ha reso meno esaustivo il referto sullo stato della salute plurilinguistica della provincia, citare il dato più incoraggiante dei giovanissimi (l’ha fatto la sovrintende Minnei per sottolineare i miglioramenti dovuti all’introduzione del metodo «Clil»), però l’amaro in bocca rimane. A fronte di un’insistenza cospicua sui vantaggi derivanti dall’apprendimento delle lingue, considerando la grande disponibilità di materiali con i quali è possibile esercitarsi e prepararsi — ricordando soprattutto che la fonte primaria delle conoscenze specifiche è disponibile in carne e ossa pressoché ovunque — sarebbe legittimo aspettarsi un progressivo incremento. Se ciò non accade, occorre chiedersi perché.

Forse il motivo lo possiamo trovare non dando troppo per scontate le acquisizioni appena elencate. Prendiamo l’enfasi posta sui vantaggi dell’apprendimento linguistico. Se grattiamo sotto l’ovvia retorica, cosa troviamo? Un impegno collettivo assai modesto. In quanti consumano abitualmente informazioni o cultura in una lingua diversa dalla propria? E a proposito delle persone che potremmo sfruttare per esercitarci, quanto impieghiamo a sfuggire alla fatica di usare il codice altrui, accomodandoci invece tra le braccia protettive della madrelingua? Per non parlare di una geografia segnata anche da zone di monolinguismo pressoché totale, una vera e propria selva di confini immaginari.

Soglia istituzionale che sigilla l’epoca di un plurilinguismo burocratico vissuto come dura e mera necessità, il «patentino» continua a provocare repulsione e timore. Forse è questa una delle ragioni principali della sua difficoltà. Solo un approccio complessivo diverso, capace di far scoprire anche la bellezza e la spontaneità del conoscere l’altra lingua, potrebbe abbassare la barriera che ancora oggi esso rappresenta.

Corriere dell’Alto Adige, 24 marzo 2017

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