Idee nebulose contro il declino

bizzo-pallaver

Roberto Bizzo e Guenther Pallaver

In Alto Adige forse non esiste un tema più scivoloso da trattare del «disagio» degli italiani. Ecco così spiegata la necessità di ricorrere ai numeri, meglio se scaturiti da ricerche sociologiche fondate su metodologie statistiche, ritenuti indicatori di certezze, se non indiscutibili, almeno più solide delle semplici opinioni. Ma ecco allora anche un interessante slittamento terminologico, visto che ormai la questione del «disagio» si è trasformata in quella del «declino».

Di declino italiano si è parlato sabato scorso a Bolzano, nell’ambito di un convegno organizzato dal presidente del Consiglio provinciale Roberto Bizzo (Pd) e al quale hanno partecipato esperti quali Günther Pallaver, Antonio Scaglia e Luca Fazzi. Nelle intenzioni, il simposio puntava proprio a stabilire una connessione tra il piano dei bisogni effettivi, in base al quale tale declino risulterebbe certificato, e il loro possibile soddisfacimento nel quadro dell’elaborazione del nuovo Statuto di autonomia. Questa la sintesi fornita da Bizzo: «Il dato più significativo emerso per una corretta definizione della riforma del terzo Statuto dovrebbe prevedere un nuovo sistema governativo al fine di garantire la massima inclusione di tutti i gruppi linguistici nei processi decisionali».

Assodato il dato di partenza e scontata la ricetta della maggiore partecipazione (che però non si ottiene semplicemente evocandola), rimarrebbero da chiarire le vere cause del declino e, soprattutto, cosa significhi quel «nuovo sistema governativo» a proposito del quale spiace che proprio un politico di lungo corso come Roberto Bizzo non sia in grado di darcene un’idea appena meno sfocata.

Costretti a interpretare la riforma come magro auspicio, la sensazione che emerge è così piuttosto deludente. Per contrastare il declino, pare che gli italiani dispongano solo di un’appartenenza collettiva ottenuta con la somma dei propri difetti, quindi restino condannati a reiterare una malcelata e impotente invidia per quanti, invece, si sono imposti sfruttando il proprio radicamento e puntando su un sostanziale autogoverno: anche chi, per esempio, ripropone in modo rituale e ormai molto stancamente il tema dell’abolizione della proporzionale, è costretto a farlo non potendo affatto escludere che l’uguaglianza formale finisca per aggravare le disparità conclamate. Insomma, risulta assai difficile immaginarsi «un nuovo sistema governativo», qualsiasi cosa s’intenda, senza la premessa costituita da un nuovo approccio ai problemi della comunità locale.

Corriere dell’Alto Adige, 25 gennaio 2017

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