Un accanimento senza buon senso

thai

Per fortuna la brutta vicenda dei due giovani venostani in Thailandia si è conclusa bene: pena pecuniaria ed espulsione, che significa rimpatrio. A posteriori, si è trattato poco più di una breve tempesta in un bicchier d’acqua, ma le onde sollevate – specialmente a causa della voracità dei social media, sempre in cerca di simili storielle – hanno dato comunque la possibilità di percepire un vasto campo di problemi irrisolti. Tra questi, il gesto non certo edificante dei nostri “vandali per caso” rappresenta paradossalmente l’aspetto minore. Vediamo perché.

Se prescindiamo qui dai risvolti esotici della suscettibilità per le offese rivolte ai simboli nazionali, se insomma mettiamo tra parentesi la reazione thailandese, uno degli aspetti più dibattuti del caso è sorto al margine di una frase pronunciata nelle dichiarazioni di scuse estorte dai poliziotti ai ragazzi: “Nel nostro Paese le bandiere non sono così importanti”. La dichiarazione ha un contenuto di verità che nasce però da una falsità formale. Le bandiere, anche nel nostro Paese, sono importanti, ma è fuor di dubbio che tale importanza assume significati diversi a seconda delle circostanze in cui, per esempio, il reato di vilipendio potrebbe far scattare effettive sanzioni. A rigor di logica i due avrebbero dovuto quindi dire: “Nel nostro Paese a chi tratta male una bandiera può capitare persino di finire in parlamento”. Va da sé che il momento non era dei migliori per suggerire una variante così sofisticata.

La poca precisione ha dato però la possibilità, a chi non ha mai nulla di meglio da fare, di riscaldare una triste polemica. Qui da noi le bandiere (ma ovviamente tutti hanno capito la bandiera italiana, anche se non era specificato) non avrebbero importanza? Allora speriamo che i thailandesi diano a quei due ignoranti e irriconoscenti sudtirolesi la lezione che si meritano. Li tengano in prigione, li rieduchino al patriottismo, almeno loro che possono, e altre stupidaggini di questo tipo. Ne sarebbe potuta nascere una vicenda simile a quella dei Marò, ma di segno opposto, con i reazionari di ogni tendenza a fare il tifo per lo straniero duro e giusto fustigatore delle incertezze identitarie dei due disgraziati. Appena usciti dal paventato supplizio, immaginiamoci il vertiginoso aumento del livello di immaturità collettiva che si sarebbe potuto scatenare. La storia, invece, è terminata senza che alla supposta intransigenza thailandese venisse appaltata la nostra collaudata mancanza di buon senso. Tiriamo un sospiro di sollievo.

Corriere dell’Alto Adige, 11 gennaio 2017

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