Moglie e buoi, principio tenace

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In tempi in cui sembra tornare di moda il conflitto etnico scarsamente temperato, è interessante riflettere su una statistica che certifica una tendenza costante nel comportamento matrimoniale di chi vive nel nostro territorio. La si potrebbe descrivere giocando con un famoso proverbio: moglie e buoi dei gruppi linguistici tuoi. In pratica, comparando i dati dei cosiddetti “matrimoni misti” dal 1981 ad oggi, parrebbe che la scelta della compagna o del compagno da portare all’altare (o in Municipio) non segua un’inclinazione spiccatamente multiculturale, ma addirittura la contesti.

Il plesso “matrimoni e lingue” ha così motivato qualche titolista a subodorare un clima di persistente ostilità al “mescolamento”. Come se, insomma, fosse davvero all’opera l’implicito divieto a varcare il cerchio stregato del linguaggio allorché si tratta d’investire affetti più profondi del solito. Il rischio di attribuire un significato politico anche ai comportamenti privati, infatti, è sempre dietro l’angolo. Mentre nel caso specifico sarebbe forse necessario tracciare un raggio interpretativo talmente largo da mettere in questione la stessa categoria di “matrimonio misto” (in tedesco: “Mischehe”), in genere utilizzata senza neppure accorgersi del carico ideologico che porta con sé.

Definire un matrimonio o un accoppiamento come “misto” implica già una visione del mondo in spicchi caratterizzati da linee di demarcazione, le lingue, praticamente invalicabili, se non al prezzo di scioglierne la riconoscibilità o comunque metterne in radicale questione l’identità. Un errore di prospettiva che diventa evidente quando poi definiamo come “mista” anche la discendenza di siffatte unioni. Ed ecco infatti apparire il noto e incomprensibile ircocervo dei cosiddetti “mistilingue”. Ogni rapporto di coppia presuppone in realtà una contrattazione delle complessive identità di partenza relative al censo, ai gusti, al carattere: porre l’enfasi esclusivamente sulla lingua nasconde sfumature altrettanto essenziali.

La scelta (ma poi, si tratta veramente di una scelta?) della o del partner della medesima lingua fa quindi accendere solo una delle possibili spie sulla frammentazione del contesto sociale in cui siamo collocati. Tale frammentazione risulta misurabile e leggibile in tutta la sua stratificazione attivando molti altri parametri, talmente profondi e irriflessi da essere dati per scontati. In sintesi: affermare che le coppie si formano prediligendo una lingua comune dice molto di più sui nostri vizi culturali che non sulle vere ragioni del loro stare (o non stare) insieme.

Corriere dell’Alto Adige, 25 novembre 2016

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