Il male assoluto nelle fotografie

lager

Come si scivola dentro il male assoluto? E una volta penetrati sul fondo dell’abisso, come ci si comporta, quali sono le espressioni che si disegnano sui volti dei carnefici? Se non proprio una risposta, almeno un’allusione visiva a tali quesiti è stata data recentemente grazie al reperimento, presso l’archivio storico dell’esercito italiano a Roma, di alcune fotografie che mostrano gli aguzzini del Lager di Bolzano.

Non sono immagini cruente, tutt’altro. Chi è ritratto – tra gli altri il responsabile della disciplina del campo, Hans Haage, un cittadino germanico poi riuscito a sfuggire a qualsiasi processo e rientrato in patria dove è morto ultranovantenne – appare in pose quotidiane, rilassate, mostrando persino scampoli di felicità che, come sappiamo, erano ritagliati su uno sfondo di orrore e sofferenza. Non esiste quindi migliore documentazione possibile per illustrare la “banalità del male”, o per meglio dire la sua “superficialità”, giacché – come ci ha spiegato in modo pregnante Hannah Arendt – il pensiero non riesce a concepire alcuna profondità nel male, soprattutto quando esso “si espande come un fungo”, evaporando nelle pieghe di una giornata qualunque, nella grigia organizzazione che ben prima di eseguirlo, magari pianifica un massacro proprio come si pianificasse una gita in montagna o l’acquisto delle vivande per preparare una bella cena tra amici. Spesso semplicemente espletando un “dovere” burocratico mai indagato nelle sue conseguenze.

Inavvertitamente, allora, è possibile scivolare dentro il male assoluto, e il primo passo è occultare tale assolutezza in qualcosa di relativo, cioè in relazione a noi e a al ritmo abituale delle nostre vite, concependole alla stregua di minimi, insignificanti e innocui ingranaggi, dal semplice funzionamento dei quali non saremmo mai disposti a credere che possa dipendere il compimento di un crimine perpetrato su larghissima scala. Ciò che in quelle fotografie si vede, rivelato da un sorriso rivolto ad altri – ma adesso anche a noi che, invece, possiamo ricostruire l’intero contesto – è la piatta normalità nella quale trovano riparo anche gli assassini, celati nell’ombra inevitabile di comportamenti che raramente sono contrassegnati da tratti eclatanti o appariscenti, e che talvolta costituiscono addirittura la maggior parte di esistenze inappuntabili.

Arginare il male che può originarsi da una tale normalità è un compito al quale chiunque di noi è rimesso, anche qui e ora, anche se le condizioni appaiono mutate e quindi saremmo tutti disposti a ritenerci immuni dal compiere o subire le atrocità registrate in passato.

Corriere dell’Alto Adige, 17 novembre 2016

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