Una partita da vincere uniti

caramaschi

Il sindaco Renzo Caramaschi ha parlato chiaro e forte. Da Roma, dov’era presente a un incontro con gli altri suoi colleghi avvenuto in Parlamento, ha spedito una precisa richiesta all’indirizzo del Consorzio dei Comuni altoatesini, rivendicando uno status di specialità per il capoluogo. Bolzano – ha detto – non può essere considerato un Comune assimilabile agli altri. Qui gravano maggiori spese, dovute sia al maggiore flusso di pendolari che alla pressione dei cittadini stranieri in cerca di accoglienza. Altri importanti motivi di preoccupazione, poi, riguardano l’organizzazione della viabilità interna, la manutenzione delle strade, l’impatto dell’inquinamento e i costi dovuti alla necessità di garantire l’ordine pubblico. Ergo: occorrerebbe ritoccare, diversificandoli, i parametri previsti per il finanziamento da destinare ai singoli Comuni, stabilendo un primato che non è certo ideologico, ma giustificato dai fatti.

L’incomprensione tra il capoluogo e il resto dei Comuni della provincia, o meglio la labilità della regia che li pone in relazione, non è peraltro una novità. Non è la prima volta che un sindaco bolzanino si trova a dover reclamare attenzione da parte di chi, evidentemente, continua a dimostrarsi restio a concedergliela. Sembra un paradosso, ma in effetti i pochi metri che separano piazza del Municipio da piazza Magnago scavano anche una distanza mentale quantificabile in parecchi chilometri. Si tratta di due realtà contigue, all’apparenza inglobate l’una nell’altra, ma divise da una pellicola d’incomprensione che tende a renderle estranee e reciprocamente diffidenti. La stessa diffidenza che allontana i maggiori gruppi linguistici, fra l’altro, ribadendo la sensazione di avere a che fare con sfere di potere che non possono mai trovare un equilibrio soddisfacente.

Gli argomenti messi sul tavolo da Caramaschi, l’abbiamo visto, segnalano un “disagio” effettivo, non banalizzabile nei termini di una mera richiesta di soldi o strutture avanzata dalla città Cenerentola nei confronti della Provincia matrigna. Anche la provincia, cioè il resto del territorio, dovrebbe per questo sviluppare una significativa inclinazione a riconoscersi nel capoluogo o perlomeno limitare l’istintiva tendenza a concepirsi come qualcosa di staccato o, peggio, estraneo e inassimilabile al contesto più urbanizzato. Intrecciare, congiungere, portare a cooperare sempre di più queste due entità amministrative e antropiche appare uno degli obiettivi principali dei prossimi decenni, e quindi sarebbe non solo auspicabile ma anche necessario che lo sfogo di Caramaschi venisse interpretato come una sfida da vincere insieme.

Corriere dell’Alto Adige, 9 novembre 2016

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