L’espiazione culturale

sparkasse

Al pari del significato ambiguo dell’antica parola greca “pharmakon”, che significava in un solo tratto veleno e cura, il rilevante taglio ai fondi da destinare alla cultura deciso di recente dalla Stiftung della Sparkasse può essere letto sia in chiave negativa che positiva. La negatività sta già tutta nei numeri: passare da oltre 8 milioni di euro all’anno a quasi la metà implica che molte associazioni, finora aiutate da quella banca, debbano rivedere anche drasticamente i propri capitoli di spesa. La positività, invece, è connessa alle nuove proporzioni causate dal risparmio, visto che adesso si tratterà di scegliere più oculatamente chi e cosa finanziare. Con la speranza, ovviamente, che la questione del “cosa” preceda ed orienti anche quella del “chi”.

Insistendo ancora sugli aspetti positivi deducibili dalla riduzione del budget, potremmo qui evocare una formula interpretabile come rischiosa solo ammettendo che niente, dalle nostre parti, possa sfuggire ai binari obbligati dell’abitudine. Finora l’arcipelago delle associazioni e delle iniziative si è sempre modellato sul principio degli universi paralleli, italiano e tedesco, mantenuti in un regime di sostanziale separatezza. Ciò, se da un lato ha senza dubbio evitato che emergessero conflitti all’interno di una coesistenza non sempre facile, ha anche impedito che si venissero a creare cooperazioni interessanti, o comunque che si cercassero con maggiore insistenza esperimenti comuni. In tal senso la politica – anche quando magari affermava il contrario – ha preferito di gran lunga assecondare la generale pigrizia, anziché contrastarla con precise e chiare linee di indirizzo. Se adesso mancheranno i soldi, una più attenta riflessione riuscirà a selezionare gli apporti migliori?

La risposta non è scontata. Il termine “pharmakon” avrebbe infatti anche un terzo significato, ossia quello di “capro espiatorio”. Il riferimento è al rito ebraico compiuto nel giorno dell’espiazione, quando il sommo sacerdote caricava tutti i peccati del popolo su un capro e poi lo allontanava nel deserto. Data la delicatezza dei finanziamenti alla cultura in un contesto etnicamente frammentato qual è il nostro, ognuno può facilmente comprendere cosa implicherebbe spedire qualcuno nel deserto proprio in un ambito come questo. Occorrerà perciò senso di responsabilità, equilibrio, e soprattutto cercare di evitare con cura che si originino lamentele legate al sentirsi svantaggiati da una valutazione poco oggettiva riguardo ai progetti proposti.

Corriere dell’Alto Adige, 2 novembre 2016

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