La lingua tra funzione e cultura

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Esistono due tipi di polemiche. Quelle inutili, che si avvitano in circolarità frustranti; e quelle utili, dalle quali possiamo imparare qualcosa, come sa chi deve attraversare un territorio sconosciuto ed impervio ma, nonostante ferite e lividi, alla fine scopre di avere persino più forza di quand’era partito.

La polemica sulla riforma della prova di seconda lingua alla maturità – che entrerà in vigore già a giugno – potrebbe senz’altro appartenere a questo secondo gruppo, solo se avessimo la cura di comprendere cos’è in gioco. Ricapitoliamo la questione per rapidi cenni. Davanti alla richiesta di inserire all’interno della prova finale di seconda lingua un momento di “ascolto”, molti insegnanti si sono ribellati dicendo: così l’approccio alla nostra materia viene svilito in senso meramente funzionale e si perdono tutte quelle peculiarità di tipo interculturale (o di mediazione culturale) che sono imprescindibili per capire la posta del nostro lavoro. Inoltre, aggiungono, il cambiamento è stato deciso dall’alto, in modo autoritario e segreto, non prevedendo alcuna fase di indispensabile sperimentazione.

Sulle ultime obiezioni gli insegnanti hanno ragione. Un loro maggiore coinvolgimento e un periodo di prova per valutare la proposta sarebbero stati più che opportuni. Sul primo punto, però, vale la pena riflettere in modo approfondito.

Sottolineare la rilevanza strumentale della seconda lingua non deve necessariamente essere visto come un attacco alla sua componente culturale. Le due cose, anzi, potrebbero e dovrebbero andare di pari passo. Potenziare le fasi di “ascolto”, ma anche l’interazione su temi quotidiani, ossia cercando di inserire quanto più possibile l’apprendimento in contesti di “lingua parlata”, sono tutti fattori che costituiscono la via maestra per apprendere qualsiasi lingua (anche la cosiddetta seconda lingua). Al contrario, evitare di strozzare nelle ore di italiano o di tedesco il compito vasto e delicatissimo di far recepire ai ragazzi l’importanza di aprirsi a un’altra cultura (a cominciare dai suoi aspetti più sofisticati, vale a dire quelli letterari) è qualcosa di cui sarebbe bene che si facessero carico tutti, anche gli altri insegnanti, perlopiù intrappolati nelle loro bolle monolinguistiche e monoculturali. Il fronte più arretrato – specialmente nella nostra provincia – è proprio questo, e ben venga una discussione sulla riforma dell’esame di maturità per accorgerci finalmente di quanto lavoro ancora ci aspetta.

Corriere dell’Alto Adige, 27 ottobre 2016, pubblicato col titolo “I due aspetti linguistici”

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