Comprensione e autocritica

lupa-capitolina

La lupa romana e il leone veneziano che si stavano sgretolando sui pennoni antistanti il Monumento alla Vittoria non verranno liquidati dai perfidi iconoclasti annidati nelle istituzioni comunali, ma saranno anzi restaurati e sostituiti nel loro sito originario con delle copie splendenti. Il tutto per la modica cifra di 25.000 euro. Se in un primo momento il sindaco Renzo Caramaschi aveva alluso ad un esito diverso – incautamente vagheggiando rimozioni risultate subito indigeste ai patrioti italici –, la rettifica è arrivata quasi in tempo reale, secondo la colladuata formula del “non intendevo quello che ho detto”.

Ricucita così la ferita all’identità “italianissima”, non è comunque inutile ripercorrere un po’ la storia di questi due manufatti per non cadere in un parallelo peccato di rimozione, pensando cioè di cavarcela col solito refrain autoassolutorio: vogliono toglierci ogni cosa, tutti i nostri simboli, che in realtà non danno noia a nessuno, perché non c’è proprio nulla di male nella lupa e nel leone (non sono forse animali amatissimi da grandi e piccini?).

Come sappiamo, o dovremmo sapere, anche la lupa e il leone dei quali stiamo parlando risalgono al progetto piacentiniano di trasformazione (oggi qualcuno direbbe di “riqualificazione”) del luogo. Nell’eccellente volume che illustra il percorso espositivo che gli è stato dedicato, si legge: “Il Monumento alla Vittoria fu concepito fin dall’inizio come opera che avrebbe profondamente segnato lo spazio urbano. Posto come cerniera tra il centro urbano e la nuova Bolzano in costruzione, condizionò il successivo sviluppo urbanistico e formò un ben preciso e riconoscibile punto di partenza per la conseguente espansione della Grande Bolzano voluta dal regime. Dal Monumento s’irraggiavano a stella le nuove vie di comunicazione per la città di centomila abitanti immaginata da Mussolini”. Collocate nella posizione nota nel 1936, lupa e leone erano dunque intesi come gli ennesimi marchi di conquista, e se finora non hanno infastidito più di tanto – sarebbe sciocco affermare il contrario – lo dobbiamo alla loro postazione elevata e alla remota vaghezza del riferimento storico, che eccede la simbologia fascista propriamente detta.

Riassumendo: spiegare è sempre meglio che eliminare, ma conservare significa anche capire. Nel primo campo abbiamo fatto grandi progressi. Speriamo di farne presto anche nel secondo, quello relativo alla comprensione autocritica del nostro infelice passato.

Corriere dell’Alto Adige, 12 ottobre 2016

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