Un’accoglienza propositiva

sprar

Il tema ha tenuto banco a lungo sui giornali ed è stato rilanciato più volte in rete, tra malintesi e correzioni. Alla domanda, secca e diretta, se il comune di Laives fosse disposto ad accogliere o meno la quota di profughi prevista dal piano di distribuzione provinciale, sono state date quindi risposte contrastanti, a seconda dei diversi punti di vista. Chi ha avuto però la prima e anche l’ultima parola, vale a dire il sindaco Christian Bianchi, ha poi sempre puntualizzato così: Laives intende accogliere una quota minima di profughi, desidera insomma fare la propria parte, purché sia reperito un luogo adatto e, soprattutto, vengano individuate attività in grado di occupare i migranti rendendoli almeno parzialmente autosufficienti.

Intervistato dal Corriede dell’Alto Adige, Bianchi ha affermato testualmente: “Nei giorni scorsi ho visitato la Caserma Mercanti di Appiano e ho osservato un modello valido: grazie anche alla presenza di molti volontari, vengono organizzate molte attività. I migranti collaborano ai lavori di pulizia e mensa, e partecipano anche a lavori esterni come la raccolta delle mele. Ciò fa bene all’integrazione, gli ospiti non sono lasciati alla deriva e la struttura non è un dormitorio. Se anche a Laives ci fosse la necessità di organizzarsi, penso a qualcosa del genere”. Si tratta di parole che formulano un impegno preciso e, almeno stavolta, di equivoci non potranno davvero essercene.

Nei prossimi giorni, dunque, Bianchi prenderà visione degli ex Magazzini militari di via Stazione pensando di ricalcare sull’esempio di Appiano anche la futura esperienza di Laives. Un lieto fine che, indipendentemente dalla sua auspicabile realizzazione, non può però farci sospendere la riflessione sul modo migliore di affrontare le problematiche inerenti il fenomeno generale.

Non aderendo al programma Sprar (il Sistema per la Protezione dei Richiedenti Asilo e Rifugiati che finora ha dato i risultati migliori), in Alto Adige permane infatti la tendenza ad affrontare le cose secondo una logica emergenziale, come se i comuni non dovessero costituire la parte attiva e propositiva del processo di accoglienza, ma fossero soltanto i ricettori periferici di ordini provenienti da centri decisionali distanti (il Ministero dell’interno, le prefetture o, nel nostro caso, addirittura la Provincia). Proprio Appiano, da Bianchi indicato come esempio virtuoso, dimostra che la via da perseguire è un’altra e si basa sulla normalizzazione delle pratiche di inclusione nei confronti di soggetti da considerare, finalmente, quali persone pienamente responsabili.

Corriere dell’Alto Adige, 15 settembre 2016

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