Un fanatismo senza sbocchi

Fontana

Al pari di qualsiasi tema a forte valenza simbolica, anche per la toponomastica il rischio è quello di avvitarsi in argomentazioni frustranti. Si dirà: al bando inutili frustrazioni, abbiamo ben altre e più rilevanti questioni a cui pensare. Ben altre, sicuro. Eppure rieccoci qui, periodicamente, a spostare la pedina un po’ in giù e un po’ in su, nell’eterno gioco di posizionamento e riposizionamento nel quale nessuno, a quanto pare, vuole mai cedere qualcosa agli altri.

Al fine di rimuovere il tema della toponomastica dall’agenda della politica, la scorsa giunta provinciale aveva cercato di varare una legge intenzionata a mediare le posizioni più estreme, vale a dire quelle sostenute dalle destre tedesche – orientate a ristabilire ciò che per loro rappresenta il primato storico, e dunque monolingue, della gran parte dei toponimi di montagna – e quelle interpretate dai molti italiani paladini di un bilinguismo altrettanto integralista. L’esito fu però alquanto deludente, esponendo una forzatura in chiave maggioritaria distante dal principio del compromesso che si voleva affermare. Il testo venne così impugnato dall’allora governo nazionale guidato da Mario Monti, rinviato al giudizio della Corte costituzionale ed in pratica tenuto in sospeso fino adesso. Avvicinandosi il verdetto (previsto per Ottobre), le vie rimangono perciò due: o si prova ad aggiustare la legge, puntando ancora sul compresso prima che la Corte agisca, oppure celebreremo il suo funerale e torneremo a spaccarci la testa su “Berghof” e “Maso Montagna” (per inciso: la legge avrebbe trovato l’onorevole soluzione di “Berghof/Maso Berghof”).

Ora, per aggiustare la legge occorre che venga reso operativo un passaggio ulteriore, individuato da una norma di attuazione recentemente elaborata all’interno della Commissione dei sei, e scritta proprio per salvaguardare lo spirito del compromesso dal fanatico rispetto per il bilinguismo formale o “assoluto”, quello che tende a trovare una traduzione per ogni più piccola porzione di territorio (al limite per ogni filo d’erba). Ulteriori clausole di salvaguardia sono state previste in modo da non concedere al gruppo maggioritario l’ultima parola sui casi più controversi, a dir la verità non molti (e se poi non ci sarà accordo tutto resta come prima). In questa prospettiva il pericolo di avere la tanto paventata “pulizia linguistica” (così come, adottando il punto di vista tedesco, l’“italianizzazione definitiva”) è visto soltanto dagli incorreggibili amanti della polemica, cioè da chi, in questo preciso momento, si sta augurando che la Corte ci condanni tutti ad occuparci di toponomastica per altre venti legislature.

Corriere dell’Alto Adige, 2 settembre 2016

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