La cultura è ricchezza

Oetzi

L’idea di trasferire la mummia denominata familiarmente Ötzi negli spazi oggi occupati dalla biblioteca civica – illustrata sabato scorso al Corriere dell’Alto Adige da Renzo Caramaschi – ha alla base una motivazione interessante. “Questa città – ha detto il sindaco di Bolzano – ha bisogno di centri culturali, più che commerciali”. Il progetto di creare un grande polo museale, al contempo diviso e unito dal ponte Talvera, avrebbe come primo obiettivo proprio quello di far emergere un profilo attualmente troppo frammentato e squilibrato per risultare davvero visibile o attraente.

La vocazione culturale di Caramaschi è nota. In ogni colloquio con il sindaco spunta sempre la sua passione per la letteratura, in particolare quella a sfondo storico, che intreccia vicende individuali ed eventi di significato collettivo più vasto. Egli è inoltre giustamente convinto che, al contrario di quanto affermava Giulio Tremonti, con la cultura si possa, anzi si debba mangiare. Certo non nel senso triviale di sfruttarla per condurre affari monetizzabili all’istante, ma alludendo al circolo virtuoso che congiunge un sensibile aumento dell’attività conoscitiva ad una ricaduta sul piano economico. La stessa etimologia della parola economia, peraltro, ha a che fare con la buona amministrazione delle cose della famiglia e dello Stato, e solo mediante passaggi successivi ha ristretto la sua applicazione ad un settore in cui ne va meramente della produzione e dell’incremento della ricchezza dei beni materiali.

Sarà compito di chi possiede la necessaria competenza tecnica stabilire se l’accorpamento delle entità museali adesso separate, soprattutto per quel che concerne la ricostruzione in altro sito della costosa camera a temperatura costante che ospita l’uomo del Similaun, implichi un percorso troppo lungo e dispendioso in rapporto a ciò che ci si prefigge di ottenere. La cosa più importante, però, sarà riuscire a creare il consenso indispensabile a profondere investimenti in ambito culturale, in modo da non farli apparire come uno spreco di soldi, bensì il modo migliore di spenderli. Per convincere gli scettici, infatti, non basta continuare a puntare i riflettori sulle zone e i soggetti già privilegiati, ma è indispensabile allargare lo spettro dei benefici che si otterranno anche ai quartieri periferici, finora coinvolti solo in parte nel complessivo piano di rilancio e non a caso sciaguratamente risucchiati in un’orbita d’influenza politica tutt’altro che lungimirante.

Corriere dell’Alto Adige, 17 agosto 2016

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