Accoglienza e cattivi esempi

Refugees are welcome

Il dibattito sull’accoglienza dei cittadini stranieri ai quali è riconosciuto lo status di “profughi” rischia sempre di degenerare in una sterile contrapposizione tra favorevoli e contrari, almeno finché non siamo disposti a considerare in modo più approfondito a cosa ci riferiamo. Per farlo, purtroppo, occorre talvolta addentrarsi in una selva di competenze.

Alcune associazioni che si occupano dei diritti dei migranti hanno posto da tempo all’attenzione degli organi istituzionali competenti il caso di 240 cittadini afghani e curdi, dunque pienamente corrispondenti allo status di “rifugiati”, che però non risultano intercettati dal sistema di accoglienza provinciale né prefettizia, e dunque permangono in una condizione di sospensione assai problematica, essendo in buona sostanza ridotti al trattamento in uso per persone definite “senza fissa dimora”. Come se non bastasse, le strutture attualmente messe a disposizione oltre la cosiddetta “emergenza freddo” per il servizio di ricovero notturno (si tratta dei due centri “Salewa” e “Lemayr”) si limitano all’erogazione di 140 posti letto e sono dunque ben lontane dal poter garantire quegli standard previsti dalla legge (nessuna limitazione di tempo, due pasti caldi al giorno, corsi di lingua, assistenza legale e sanitaria) in casi analoghi.

Chiamato a rispondere nel merito, il governatore Arno Kompatscher si è riferito a una mancanza da parte dello Stato centrale, che non avrebbe proceduto all’identificazione di questi “profughi ordinari” mediante il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (il SPRAR, al quale peraltro la Provincia di Bolzano non aderisce) e così li avrebbe in sostanza condannati a cadere in una sorta di vacuum assistenziale. Un bisticcio di competenze che non è solo fonte di discriminazione e danno per adesso circoscritto ai casi citati, ma che potrebbe certamente aggravarsi allorché la nuova situazione internazionale, determinata in primo luogo dalla chiusura della frontiera del Brennero, farà lievitare il numero dei rifugiati non più semplicemente in transito nella nostra provincia.

Dalla vicenda, intanto, si ricava un succo amaro. Rinfacciare insensibilità agli Stati che stanno serrando i propri confini, con la speranza di influenzarne le scelte, risulterebbe in effetti maggiormente possibile se svolgessimo per intero i nostri compiti, per esempio mediante una più trasparente (ed efficiente) gestione integrata delle possibilità di accoglienza che abbiamo il dovere di garantire in prima persona. Dichiarare di essere “aperti” senza dimostrare di saper organizzare tale “apertura” rappresenta la migliore legittimazione dell’altrui “chiusura”.

Corriere dell’Alto Adige, 28 aprile 2016

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