Gli estremi non si toccano

Gli estremi 1

Le manifestazioni di sabato e domenica hanno generato un racconto fin troppo simile. Occorre così ripercorrerne la trama e individuare la loro differenza, anche a costo di estremizzare a nostra volta, a costo di reagire alle ferite ferendo, a costo di non rispettare quella correttezza, sempre un po’ falsa, che è solo accettazione dell’esistente e assuefazione alla degenerazione dell’esistente.

Le cose, il loro punto di vista. Sono piani che raramente coincidono, anche se alle prime passiamo accanto sfiorandole con la mano che vorrebbe comprendere il secondo, o meglio ricomprenderlo a partire dalla molteplicità degli approcci di chi le guarda. Capita così che, tra sabato e domenica, giornate di manifestazioni assai diverse, l’“opinionismo moderato”, quello che tende volentieri a scambiare la propria mediocrità per oggettività, abbia prodotto la narrazione di una contrapposizione in equilibrio, risolta in un simmetrico giudizio di estremismo.

Gli estremi 3

Marcia su Bolzano

Tutto sommato poco rilievo è stato dato all’inaudita marcia su Bolzano organizzata da neofascisti e neonazisti tedeschi. Un taglio basso, minimizzante, che di sicuro non ha fatto il giro del mondo per dire che ci trovavamo in realtà davanti a uno sfregio sul volto della città, alla coartazione del diritto democratico di manifestare, in questo caso usato per esibire con fetido orgoglio la peggiore tradizione antidemocratica, quella che precipitò l’Europa in una notte lurida e ora vorrebbe salvarla utilizzando le stesse menzogne, il richiamo al “sangue e suolo”, la crociata contro il diverso, l’altro, ma specialmente il più bisognoso, il povero, il perseguitato, perché per proteggere le “nostre radici cristiane” occorre evidentemente sputare sul Vangelo e piantare la corona di spine su chi passa settimane in una tenda, davanti a una rete metallica di una frontiera balcanica o, come chiedevano, come sperano, anche al Brennero. Tra i figuri in camicia bianca (“simbolo di purezza”, non si è vergognato di affermarlo il piccolo gerarca Roberto Fiore) anche un tizio allampanato, le tempie rasate e i baffetti quasi hitleriani. Povera mente devastata dall’odio e dall’ignoranza, la cui vacuità era amplificata dal megafono di chi guidava il corteo e invitava la popolazione a non credere né allo Stato né alle menzogne della “stampa mendace”, evidentemente perché voglioso di veder menare le mani e brandire le fiaccole a tempo debito.

Qui il punto di vista dei passanti è apparso distratto, annoiato come quello dei reporter che devono andare di fretta. Un bambino, fortunatamente risparmiato dalla conoscenza del contesto, ha rivolto una domanda alla madre mentre gli energumeni tatuati berciavano “Forza Nuova”. “Mamma, ma perché dicono uova”? L’unico raggio di poesia in tanto abominio.

Gli estremi 2

L’invenzione del confine

Immenso rilievo, persino su giornali e siti stranieri, ha conquistato invece la marcia domenicale dei centri sociali al Brennero. Il Dolomiten è uscito il giorno dopo parlando dei “Chaoten”, cioè dei “casinisti”, ingigantendo lo scontro avvenuto con i poliziotti austriaci duecento metri dopo il confine. Ero a pochi metri e quello che ho visto è stato molto diverso. La colluttazione, la prova di forza, ovviamente c’è stata. Saliti con l’intenzione di esorcizzare la sua produzione, lo sbaglio è stato quello di andarsela a cercare, quella maledetta frontiera, anche se in realtà non era stata trovata, dissolta nell’aria tiepida del primo pomeriggio. Chi teme il fantasma nella casa degli spiriti interpreta il ticchettio di una sveglia come una clessidra di morte. Ma poi, alla prova dei fatti, il tentativo di proseguire la strada forzando il blocco ha partorito una scaramuccia, ovviamente dolorosa per qualcuno, stupida per altri (e bisognava evitarla, per evitare di nutrire i pregiudizi pronti a scattare al varco), senza però intaccare l’evidenza di una partecipazione pacifica, motivata dal sacrosanto allarme nei confronti di un Continente sempre più ripiegato su sé stesso, incapace di accogliere, incapace di respingere, incapace di pianificare interventi sensati nelle terre dalle quali si origina il grande esodo, e intanto i suoi abitanti danno di nuovo per scontato che ogni Stato, ogni Nazione (giacché il linguaggio dell’Ottocento continua a farcire i proclami di tutti, a cominciare dai sognatori di un’Europa delle piccole patrie, i feticisti della Selbstbestimmung) possa chiudere i propri cancelli in nome dell’egoismo pusillanime.

Gli estremi 4

Ho scattato una foto, a un certo punto, accorgendomi di qualcosa che stava accadendo sopra il livello della strada. Sopra il ponte di vetro e metallo prospiciente l’ultima rotonda della “Patria” (questa penosa finzione), presidiata dal ceppo di confine che ancora gronda del sangue di centinaia di migliaia di poveri soldati massacrati esattamente cento anni fa, su quel ponte teso tra le due parti dell’Outlet, meta delle gite domenicali compiute da chi non può smettere di comprare neppure la domenica, erano assiepati i turisti del confine, a fotografare o riprendere ciò che di certo non avevano messo in conto di vedere. Mi hanno fatto l’effetto di animali in gabbia, oppure, ché il punto di vista può essere sempre rovesciato, eravamo noi quelli in gabbia, noi là sotto, e loro ci vedevano come si guardano gli animali di uno zoo, strani animali che hanno a cuore gli altri animali, ma che vorrebbero essere anche qualcosa di più che semplici animali, e non soltanto con gli occhi lucidi davanti alla fotografia del bambino riverso sulla spiaggia (si chiamava Aylan, ricordate?), senza più vita, morto e già dimenticato, quindi ammazzato ogni volta che è stato e verrà di nuovo dimenticato.

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