Un regresso pericoloso

Cavalli di Frisia

In un’intervista pubblicata martedì 29 marzo dal quotidiano austriaco Salzburger Nachrichten, il Landeshauptmann Arno Kompatscher ha riaffermato con forza la tesi secondo la quale l’introduzione di maggiori controlli alla fontiera del Brennero rappresenterebbe un “enorme regresso”. Un regresso, ha sottolineato, non tanto e non solo per noi, che ci troveremmo di nuovo al di qua di una barriera, ma per l’idea stessa di Europa, nata esplicitamente sul principio della soppressione dei confini esistenti tra gli Stati del vecchio continente e per favorire una sua complessiva apertura al mondo.

Sfuggito al principio inclusivo accennato, il problema rischia però di diventare semplicemente quello di una definizione comunitaria dei confini da sigillare all’esterno, rendendo poi quasi inevitabile la rivendicazione di una maggiore chiusura tra i vari membri dell’Unione, ormai tutti in preda alla paura e alla relativa interpretazione della sicurezza in chiave meramente difensiva. Ciò accade perché chi ha la sfortuna di essere collocato geograficamente in una posizione svantaggiata (com’è il caso dell’Italia e della Grecia) non è sinora mai riuscito né a fronteggiare efficacemente i flussi migratori alla base delle preoccupazioni e delle paure, né a convincere gli altri partner che il controllo dei propri confini coincide per l’appunto con quello delle frontiere comuni. Un serpente che si morde la coda, col rischio che per scioglierlo occorra praticare un taglio molto doloroso per tutti (e non solo per il metaforico serpente).

Il vero punto nodale, l’abbiamo visto, è costituito dalla stessa affermazione del concetto di difesa che tendiamo a dare per scontato. Chi parla di difesa presuppone un attacco, la presenza di un pericolo concreto e circoscrivibile. Specificare un tale pericolo dovrebbe essere così il compito più urgente da affrontare, in modo da poterlo poi eventualmente gestire. Qui accade però che la confusione regni sovrana, tanto da mescolare una pletora di soggetti discernibili al contrario soltanto offrendo più duttili proposte di analisi e di azione: da quelle necessarie per contrastare il terrorismo di matrice islamista, a quelle che occorrono per contenere i flussi contingenti di persone in fuga da situazioni di guerra o miseria possibilmente alla fonte. Pensare di risolvere una simile complessità ragionando esclusivamente nei termini di chiusura – sia al livello dei singoli Stati sia a quello continentale – non potrà che esasperare ancora di più i conflitti dei quali, per adesso, abbiamo cominciato sommariamente a riconoscere i primi effetti visibili.

Corriere dell’Alto Adige, 31 marzo 2016

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