Se rinascono le frontiere

Brennero migrante

Purtroppo non è andata come molti di noi speravano. Prima data in modo confuso, contraddittorio, allarmato e allarmante, adesso la notizia è che al Brennero, com’è già accaduto a Spielfeld, il piccolo comune al confine tra Austria e Slovenia, verrà allestita una barriera per contenere il flusso dei profughi. Si tratta della rivelazione che straccia un’illusione cullata a lungo. Recuperandone la nobile espressione originaria, risalente al testo del Manifesto di Ventotene redatto da Altiero Spinelli, parliamo ovviamente della “definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani”. A ben guardare un processo sempre e solo annunciato, quindi regolarmente smentito soprattutto allorché ci è parso scontato.

In uno dei libri più belli usciti l’anno scorso, dedicato in modo esplicito a capire l’essenza del tempo drammatico che stiamo vivendo, Alessandro Leogrande ha scritto: “Una linea fatta di infiniti punti, infiniti nodi, infiniti attraversamenti. Ogni punto una storia, ogni nodo un pugno di esistenze. Ogni attraversamento una crepa che si apre. È la frontiera. Non è un luogo preciso, piuttosto la moltiplicazione di una serie di luoghi in perenne mutamento, che coincide con la possibilità di finire da una parte o rimanere dall’altra” (La frontiera, Feltrinelli, pag. 40). Questa mobile serie di punti può ondeggiare, avanzare e ritrarsi sul mare davanti a un’isola del Mediterraneo, condannando a morte di migliaia di persone, oppure concentrarsi in una sbarra che torna a calare lungo un confine sbiadito – ma forse sarebbe meglio dire “rimosso”, in senso freudiano – da tempo. Un confine che, se davvero tornerà a chiudersi, riaprirà qui in Sudtirolo anche una ferita mai rimarginata del tutto. L’importante sarebbe comprendere perché ciò accada sempre di nuovo.

In realtà è il pensiero stesso, oggettivandosi, a tracciare differenze che pongono limiti. Essi possono poi essere visti come passaggi o confini, secondo gradi diversi di porosità, ma l’attività stessa del delimitare è sempre alla ricerca di nuovi bastioni. Una politica sagace tenderà ovviamente a rendere una tale dinamica sfumata, mai definitiva e perciò razionale. Chi invece adotterà come criterio del proprio agire il sentimento della paura, della diffidenza o persino del rancore inclinerà alla chiusura e all’esclusione. Interrogato dal quotidiano Dolomiten su quanto sta avvenendo, Elmar Thaler (comandante degli Schützen sudtirolesi) ha risposto: “Se il Tirolo potesse agire di comune accordo, lo steccato lo potremmo mettere ad Ala”. Conservando alte barriere dentro la propria testa, il problema si riduce a dove piazzarle nel mondo.

Corriere dell’Alto Adige, 13 febbraio 2016

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