Come trattare la memoria

Monumento CianoA pochissimi verrebbe in mente di paragonare Bolzano con Livorno. Eppure, due storie recenti ci consentono di accostare realtà tanto distanti alla luce di un tema sempre scottante: la pratica della memoria più scomoda, vale a dire quella pietrificata (letteralmente) nei monumenti risalenti all’epoca fascista. Vediamo perché.

Per quanto riguarda Bolzano parliamo ovviamente del Monumento alla Vittoria di Piacentini, che continua ad essere al centro di polemiche nonostante l’intervento museale ne abbia brillantemente “depotenziato” l’eredità ideologica. Da qualche giorno, come ha fatto notare in tono assai critico il blog brennerbasidemokratie, la società di promozione turistica Alto Adige Marketing (SMG) esibisce sul suo profilo Instagram una fotografia del Monumento che lo ritrae attraversato da un raggio di sole, e ne illustra i pregi di “porta aperta sulla Bolzano meno conosciuta”. Nessun accenno al significato storico e simbolico dell’opera, nessuna pubblicità per il percorso museale ipogeo: solo l’esibizione di un manufatto da ritenersi attraente in senso neutro.

Ma andiamo a Livorno. Anche laggiù esiste qualcosa di comparabile al Monumento alla Vittoria. Su una collina a pochi chilometri dal centro si erge, in stato di completo abbandono, il basamento di un mausoleo la cui ideazione risale al 1939. Sulla sua cima si sarebbe dovuta costruire una statua gigantesca, alta ben 12 metri, dedicata al politico fascista Costanzo Ciano (padre del più noto Galeazzo) e un faro, altrettanto abnorme, a forma, manco a dirlo, di fascio littorio. L’opera per fortuna non fu mai completata, e così è rimasta una rovina a cielo aperto, comunque visibile anche da molto lontano. Al disegnatore satirico Daniele Caluri (autore di Don Zauker e firma del Vernacoliere) è venuta quindi un’idea: perché non dipingere quell’inutile e ingombrante cimelio in modo da farlo assomigliare al forziere di Paperon de’ Paperoni? In città se ne sta discutendo vivacemente e l’assessore Nicola Perullo ha dichiarato che l’operazione potrebbe essere sfruttata per diffondere l’immagine sarcastica e irriverente dei livornesi nel mondo, a fini turistici.

La trattazione del passato fascista assume nei due casi accenti diversi, e ovviamente le differenze appaiono più cospicue dei tratti comuni. Non sarebbe però male se livornesi e bolzanini si scambiassero qualche considerazione al riguardo: i primi per riflettere sulla compromissione della città con un periodo poi completamente rimosso, fino agli attuali esiti scherzosi; i secondi per adottare un po’ di umorismo nei confronti di qualcosa che è sempre sul punto di trasformarsi in una nevrotica diaspora tra chi non vuole scordare niente e chi, invece, non vede l’ora di dimenticare tutto.

Corriere dell’Alto Adige, 30 ottobre 2015

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