Cravatta etnica, un nodo stretto

Duchamp

Chissà se nella famosa e nebbiosa Convenzione per la riforma dell’autonomia ci sarà modo di riparlarne? I segnali che però arrivano dal Consiglio provinciale riguardo la persistenza della dichiarazione linguistica – uno dei nodi principali per la qualità del nostro modo di convivere – non sono affatto incoraggianti.

Una mozione dei Verdi, ricordiamo, intendeva rendere libera ed immediatamente efficace per tutti la dichiarazione di appartenenza al gruppo linguistico. Adesso, infatti,  è discriminante nei confronti dei locali, visto che loro soltanto devono renderla già al compimento dei diciotto anni, pena un ritardo di diciotto mesi prima di vederne riconosciuta l’efficacia burocratica. L’iniziativa degli ecologisti è però stata respinta con una poco rassicurante motivazione: si prevede una restrizione erga omnes. Secondo una miope logica che interpreta il progresso come privilegio e l’equità come una ecumenica estensione degli svantaggi, chi ha finora beneficiato di un allentamento della “cravatta etnica” (grazie a un intervento opportunamente “invasivo” della legislazione europea) non dovrebbe dunque più fungere da virtuoso esempio.

Si può comprendere una simile logica solo leggendo in filigrana la paura, che attanaglia gran parte dei politici locali, di venir percepiti come troppo liberali. Oggi ci sono due sentieri lungo i quali è chiesto ai cittadini residenti in Alto Adige di marcare la propria identità: con il primo, a meri fini statistici, vengono calcolate le quote che mettono in moto il meccanismo della proporzionale; il secondo, di carattere nominale, serve a riempire di carne e di sangue il medesimo meccanismo, consentendo infatti dichiarazioni sdoppiate, perciò tacciabili di “opportunismo”. Peccato mortale nel quadro di una teologia etnica in voga fino a qualche decennio fa, ma più che veniale, e peraltro diffusissimo, nel Sudtirolo moderno, dove in effetti molte faccende vengono regolate in base alla convenienza, e non certo in ossequio ai totem eretti da Silvius Magnago e Alfons Benedikter.

Al di là dell’ultimo fallito tentativo di rendere il piano delle norme un po’ più vicino all’evoluzione della società, contraddicendo così quello che dovrebbe essere il corso naturale del diritto, resta sul tappeto una domanda ineludibile. Anche ammettendo che la dichiarazione di appartenenza linguistica sia stata funzionale alla pacificazione dei dissidi passati e al consolidamento del nostro benessere, è proprio necessario renderla ancora più rigida di quel che già sia?

Corriere dell’Alto Adige, 11 novembre 2014

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