La convenzione riformatrice ormai scomparsa

Rauschenberg

Forse non è il caso di agitarsi troppo per la scadenza disattesa – si parlava di settembre – ma almeno la domanda ci sia concessa: che ne è della famosa Convenzione che avrebbe dovuto “intonare” del suo spirito riformatore la nuova legislatura guidata dalla giunta di Arno Kompatscher? Non lo chiederemmo se almeno si avvertisse, nell’aria che va rapidamente rinfrescando, una curiosità e un’attesa capaci di sollecitare la politica a mantenere i propri impegni. Invece, a parte qualche dichiarazione estorta dai giornalisti agli addetti ai lavori, bisogna dire spesso più per dovere che per reale interesse, di curiosità manco l’ombra. Mentre l’attesa sembra proprio di quelle destinate a protrarsi all’infinito.

Non c’è bisogno peraltro di imitare le sadiche iene televisive: andassimo in giro con un microfono a raccogliere opinioni in merito, è quasi certo che la stragrande maggioranza degli intervistati non saprebbe neppure di cosa stiamo parlando. Non solo il nome poco digeribile – sfido chiunque ad attribuire al significante “Convenzione” il significato di un gruppo di lavoro qualificato preposto alla riforma di alcune parti dello Statuto di Autonomia – ma anche la composizione, le finalità immediate da perseguire e, più in generale, la stessa necessità del suo approntamento risulterebbero avvolte in un fitto mistero. Si tratta tuttavia, ripeto, di uno degli obiettivi principali della nuova legislatura.

La colpa del silenzio è dei soliti mezzi d’informazione che si dimenticano di informare? Misurando il gradimento che determinati articoli ottengono sui portali online, dove ciò può avvenire conteggiando semplicemente i clic, ci si accorge che si tratta dei meno letti. Segno che davvero l’interesse della gente è, al riguardo, impalpabile.

Purtroppo però la sensazione, spero opportunamente smentita, è che un tale disinteresse abiti anche il Palazzo, nelle cui stanze tutto si può intuire tranne che la preoccupazione di mettere seriamente mano a un processo di “revisione costituzionale” all’apparenza faticoso, incerto e allo stato attuale persino poco desiderabile. La via (obbligata?) di scomporre il tavolo delle questioni istituzionali in tre segmenti, attribuendo cioè ad una trattativa di vertice le questioni sul finanziamento e le competenze, e relegando così a temi di “contorno” quelli specificatamente inerenti la missione della Convenzione, sembra fatta apposta per smontare qualsiasi entusiasmo. Peggio ancora: è la conferma che il passaggio dalla fase arcaica delle trattative per la difesa e il consolidamento dell’esistente a quella, futuribile, di un progetto realmente condiviso e pienamente territoriale sta assumendo l’antipatica fisionomia di una mera operazione d’immagine.

E’ possibile assistere a un colpo di reni, a uno scatto capace di convincerci che ci stiamo sbagliando? Saremmo i primi a rallegrarcene.

Corriere dell’Alto Adige, 16 ottobre 2014

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