Piangiamo l’orso perché non è un pollo

orso

Perché l’uccisione di un’orsa desta tanta commozione e il quotidiano massacro di milioni di polli non solo passa del tutto inosservato, ma è percepito dalla coscienza collettiva come un aspetto inevitabile del nostro rapporto con il mondo animale? Possibile che la differenza risieda solo nel fatto che l’orso viene servito rare volte con contorno di patate? (Peraltro, nell’Europa dell’Est – Russia, Slovenia – la sua carne è utilizzata per cucinare gustosi spezzatini o realizzare insaccati).

Da una rapida ricerca condotta in internet si ricava che l’orso è simbolo di buona volontà, forza eroica, ma anche di goffaggine. Tutte cose indubbiamente simpatiche. In seconda battuta troviamo comunque anche caratteristiche quali la cattiveria, la brutalità e l’avidità. Non è escluso che la contraddizione simbolica abbia agito (ed agisca) opponendo la fazione di quanti tendono a giustificare, o perlomeno a non rimpiangere troppo, l’abbattimento di Daniza e di chi, al contrario, fa mostra d’indignazione e si scaglia contro i responsabili (giudicati quindi degli irresponsabili). Ogni simbolizzazione esprime una cospicua dose di antropomorfismo, ecco forse la chiave per spiegare la veemenza di certe reazioni?

Chi si occupa di ambiente (e dunque anche di fauna) sa che noi tendiamo a coltivare un’idea molto parziale allorché ci proponiamo di “salvaguardare” alcune specie animali. Ci aspettiamo cioè che anche gli esemplari selvatici, potenzialmente pericolosi, si comportino astraendo da ciò che in fin dei conti li rende quel che sono. Vogliamo ripopolare i boschi con lupi ed orsi, ma poi pretendiamo che questi si adattino senza problemi alla presenza dell’uomo. Il rischio che si generino “effetti indesiderati” è ascritto a un difetto di comportamento che non siamo disposti a condividere, finendo col sanzionarlo nel modo più brutale. Anche il comprensibile “istinto materno” – capace di indurre, e non solo tra gli orsi, aggressività – viene così rubricato come inaccettabile. All’occorrenza narcotizzato con una dose letale.

Certo, nel caso di Daniza, c’è da ritenere che il suo essere “madre” abbia alzato di molto la suscettibilità di chi avrebbe desiderato conservarla in vita. Una curvatura antropomorfizzante, allargata al concetto stesso di “madre natura”. Commozione a parte, il destino tragico dell’orso si origina in realtà dalla sua difficile collocazione all’interno del nostro modo di intendere e categorizzare quei fenomeni naturali che non risultano sufficientemente addomesticabili per poter attribuire loro una relativa immunità, oppure che non sono funzionali all’economia di sfruttamento. L’unica che, purtroppo, rispecchia in prevalenza la nostra “natura”.

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