Referendum: una confusione da controllare

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La parola ai cittadini. Sembra essere questa la tendenza che si sta inarrestabilmente imponendo nel discorso pubblico contemporaneo. E’ uno sviluppo comprensibile, motivato da un giustificato sospetto nei confronti della politica professionale, ma che ci espone anche a rischi forse non compresi in tutta la loro pericolosità.

Innanzitutto è necessario sgombrare il campo da un malinteso. Criticare questa tendenza, limitare cioè le pretese di chi nega legittimità al livello professionale della politica – vale a dire ciò che noi intendiamo comunemente con il concetto di democrazia rappresentativa – non significa affatto augurarsi che i cittadini tacciano o parlino una volta ogni cinque anni. E’ giusto, persino sacrosanto, che la partecipazione venga estesa; se le forme tradizionali attraverso le quali essa si è finora manifestata non vengono avvertite come sufficienti, non bisogna lesinare gli sforzi per trovarne altre, possibilmente più efficaci. Il dubbio riguarda semmai la versione assolutistica che sempre più spesso riduce quelle forme tradizionali a mero repertorio di un passato da seppellire per sempre, considerandolo quindi negativo in blocco.

Per osservare più da vicino il fenomeno, basta riflettere su quanto sta avvenendo a proposito dell’istituto democratico che meglio interpreta – o come dovremmo piuttosto dire, interpreterebbe – la tendenza partecipativa suddetta, ossia il referendum. Chiamare i cittadini a decidere su questioni che interessano direttamente la loro vita è uno strumento indispensabile al fine di pervenire a determinate decisioni. Sarebbe però sbagliato sostenere che ogni tipo di decisione debba, da qui in avanti, essere riferito alla responsabilità di un giudizio esprimibile soltanto nei termini di una consultazione popolare orientata sbrigativamente al “sì” e al “no”. Occorrerebbe, piuttosto, circoscrivere gli ambiti d’intervento, scegliendo consapevolmente di utilizzare i referendum come atto complementare, non sostitutivo di un più mediato (e meditato) processo di elaborazione politica. Del resto, persino i fautori più accesi della democrazia diretta sanno bene come la qualità della loro proposta non consista tanto nel momento finale, quello del voto, bensì nel difficile lavoro di coinvolgimento preparatorio, formalmente (almeno così dovrebbe essere) allergico alle semplificazioni.

Ma proprio questo è ciò che purtroppo non sta accadendo. In questi giorni, anche nel nostro Sudtirolo, stiamo assistendo a una situazione singolare, secondo la quale là dove un referendum potrebbe essere utilizzato proficuamente, per esempio a Bressanone, a proposito della costruzione della funivia, non si è riusciti neppure a convenire sulla sua formulazione; mentre in un altro contesto, all’apparenza inadatto a sollecitare tutta la cittadinanza, parliamo di Bolzano, riguardo alla risistemazione dell’area antistante la stazione ferroviaria, il tentennamento della politica sta producendo la disdicevole sensazione che senza il ricorso del voto popolare non sia possibile muovere alcunché. Per non parlare poi della ricorrente aspirazione – sostenuta, qui come altrove, da apprendisti stregoni dediti a riflessioni improvvisate e a forte contenuto emozionale – a spingere i cittadini (anzi, l’entità mitologica del “popolo”) a schierarsi addirittura su faccende di geo-politica. Tutti segnali di una confusione che dovremmo sforzarci di tenere sotto controllo.

Corriere dell’Alto Adige, 1 aprile 2014

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