Sconfiggere l’atteggiamento attendista

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Arno Kompatscher sta per prendere finalmente il timone del “suo” governo provinciale. La lunga fase di preparazione, cominciata con la vittoria alle primarie, praticamente un plebiscito, e terminata con la netta affermazione personale alle elezioni, lo hanno rafforzato nel ruolo che molti si aspettano possa poi realmente svolgere, quello cioè di essere non soltanto un legittimo “successore” di Durnwalder, ma anche un credibile “innovatore”. La differenza non è scontata, perché – sintetizzando – c’è ancora chi dubita di trovarsi difronte a un processo caratterizzato più dall’attitudine a interpretare il cambiamento di leadership come una sorta di mantello sotto al quale nascondere la conservazione, piuttosto che un vero e proprio spunto per osare qualcosa di nuovo.

A sottolineare un tale dubbio ha forse ha forse contribuito l’esito delle lunghe trattative occorse per formare la giunta. Senza voler giudicare necessariamente in modo negativo o pregiudiziale la riconferma dell’alleanza con il Pd, il costante richiamo a un modello maggiormente coraggioso e partecipato nella gestione del potere avrebbe potuto tradursi anche in un effettivo allargamento della coalizione di governo a quelle forze – penso soprattutto ai Verdi – che in definitiva esprimono già in nuce l’idea di Sudtirolo al quale alludono le linee programmatiche in gran parte concordate per la prossima legislatura. Ma per l’appunto, alludere non basta. Occorre operare. Occorre concretizzare. Occorre, soprattutto, non lasciare che chi ha tutto l’interesse a veder riaffermare le vecchie logiche prenda il sopravvento, smorzando sul nascere le spinte propulsive finora annunciate.

Una cosa è certa. Se l’apertura delle finestre necessaria a cambiare l’aria stagnante che si è deposta nella casa della nostra autonomia può aspirare a compiersi, ciò significa aspettarsi anche la sconfitta di un atteggiamento attendista che fa tutt’uno con la sopravvivenza d’intrecci d’interesse e rendite di posizione fortemente radicati all’interno della società altoatesino-sudtirolese. Qui sarà decisivo l’esercizio della politica nel senso più autentico del termine. Dunque non una velleitaria propensione ad elargire dichiarazioni di facciata, poiché verrebbero immediatamente mortificate, ma una pratica tenace e mirata d’iniziative volte ad aggiornare e a rendere effettivamente condivisa l’appartenenza e la cura di tutta la popolazione residente nei confronti del nostro destino comune. Sarebbe insomma il tanto agognato e definitivo passaggio da un’autonomia a denominazione etnica e controllata, intesa come mero meccanismo difensivo, a un’autonomia concepita invece per realizzare quella vocazione territoriale che il soffio di un nuovo spirito potrebbe immettere nella lettera dello statuto.

Corriere dell’Alto Adige, 8 gennaio 2014

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