La valigia del “traditore”

Al giorno d’oggi, se in Sudtirolo volessimo parlare d’immigrazione, ai più verrebbero in mente soltanto i cosiddetti extracomunitari. Ci dimentichiamo cioè che questa terra ha conosciuto anche un cospicuo fenomeno di migrazione attinente ai due maggiori gruppi linguistici che risiedono in provincia. Più che di dimenticanza, però, si tratta di negazione. Non si consideravano cioè emigranti tutti quei tedeschi che assentirono alla criminale proposta di trasferirsi nei territori del Reich germanico in seguito all’accordo delle “Opzioni”, e neppure si consideravano immigranti i molti italiani che, sull’onda lunga della politica coloniale del fascismo, giunsero credendo ingenuamente di prendere possesso di una terra considerata un semplice lembo, ancorché estremo, d’Italia. Nonostante non sia stato percepito come tale, questo duplice movimento d’emigrazione e d’immigrazione ha prodotto tuttavia conseguenze psicologiche e sociali di grande rilievo. Ma mentre nella pubblicistica e nella letteratura in lingua tedesca alle “Opzioni” sono stati dedicati studi e opere in grandissima quantità, soltanto di recente da parte italiana si è cominciato a svolgere con più intensità un lavoro di scavo e riflessione sul proprio passato.

È in questa cornice che deve essere letto il convincente romanzo La valigia del doganiere di Bruno Durante, appena pubblicato dall’editore alphabeta di Merano. Durante è un tipico prodotto di una vita costruita “per addizione”, costruzione che egli interpreta peraltro con legittimo orgoglio. Rievocando la sua vicenda personale di doganiere arrivato dal sud alla fine degli anni sessanta, il suo libro illustra sia le difficoltà che le opportunità storicamente determinatesi dallo scontro ma anche dall’incontro di più culture. Ma l’aspetto più interessante – come accennavo – consiste nella messa a fuoco dello status d’immigrato, di problematico avventizio in casa d’altri, che dunque riesce a non cadere nella duplice trappola tesa dalla becera mentalità colonialista e nazionalista (notoriamente espressa dalla frase “qui siamo in Italia”) e da quella utopisticamente internazionalista (ogni luogo è uguale a un altro, dobbiamo diventare tutti cittadini del mondo e quindi possiamo anche tranquillamente sorvolare sui nostri torti passati). Al contrario, l’autore e protagonista dichiara d’essere un “traditore” disposto a rivedere le proprie categorie mentali allorché tocca con mano “arcaiche pulsioni di appartenenza”: “Io sono un traditore. Sicuramente. Sono uno che pensa e osa dire che l’annessione all’Italia consumata nel 1919 sulla pelle dei sudtirolesi sia stata una ingiustizia storica. […] Gli italiani che la pensano come me sono solo un gruppo sparuto annegato nella palude del nazionalismo. Traditori anche loro o, a scelta, collaborazionisti, collusi col nemico. Disfattisti”.

Come insegnava Alexander Langer, “tradire” non significa abbandonare il proprio campo per passare all’altro (essendo questo piuttosto il comportamento del “transfuga”). Il tradimento si consuma in una presa di distanza dalla stessa logica dell’appartenenza (di ogni appartenenza) se questa dovesse essere intesa o darsi come definitiva. Tradire significa insomma lasciare una porta aperta sul possibile, mantenere una distanza rispetto a modelli di adesione identitaria che non lasciano residui. Ecco allora la valutazione positiva della condizione dell’emigrato, la sua virtuosa mobilità tra i poli della provenienza e dell’arrivo. La valigia dell’emigrato diventa così la valigia di un traditore sempre disponibile a essere rifatta, stipata di oggetti e memorie da portare in giro per il mondo. Una valigia che è simbolo dell’esperienza di un doganiere trasformatosi col tempo in contrabbandiere di conoscenze e sentimenti, oltre lo scivoloso crinale di consuetudini incrostate. Senza dubbio una difficile ricerca d’equilibrio, la sua, ogni volta sul punto di spezzarsi e cedere terreno dal lato della nostalgia – struggente ed emozionante, a questo proposito, il capitolo che Durante dedica a Laurino, il suo paese d’origine – e da quello dell’impazienza causata da tutti gli ostacoli che bloccano la nascita del nuovo. Eppure una ricerca necessaria, alla quale non dovremmo mai sottrarre intelligenza e passione, entrambe qualità diffuse in questo bel libro.

Corriere dell’Alto Adige, 20 novembre 2012

 

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6 thoughts on “La valigia del “traditore”

  1. ma davvero il suo paese d’origine si chiamava Laurino? che meraviglia. comunque bella recensione, viene voglia di leggerlo. evviva i traditori con o senza valigia

  2. Condivido il commento precedente, una recensione che mette addosso la curiosità di leggere il libro. Comunque, storicamente non fu l’Italia a volere per forza il Sud Tirol (Alto Adige è una parola che in italiano non esiste, tra l’altro). Anche io sono un italianissimo “traditore” a presto AF

  3. “Come insegnava Alexander Langer, “tradire” non significa abbandonare il proprio campo per passare all’altro (essendo questo piuttosto il comportamento del “transfuga”). Il tradimento si consuma in una presa di distanza dalla stessa logica dell’appartenenza (di ogni appartenenza) se questa dovesse essere intesa o darsi come definitiva.” Credo che il Sudtirolo abbia bisogno dei “traditori” di cui parli. Tra appartenze etniche, di cordata, opportunismo, partito, fazione, autorefenziali combriccole, al povero Langer non resterebbe che andarsene. Come fece

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