Con l’accetta non si può razionalizzare

Durante le recenti “vacanze”, scaturite tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre in seguito al riordino del calendario scolastico, ho letto un paio di libri sulla scuola. Il primo, scritto da Marco Lodoli, è stato reso abbastanza famoso, come spesso capita, da un film che porta lo stesso titolo: “Il rosso e il blu”. Si tratta di una raccolta di osservazioni – alcune acute, altre più bozzettistiche e non prive di un tratto moraleggiante – raccomandabile a chiunque volesse capire un po’ meglio il “disagio” degli insegnanti e degli studenti (fra l’altro si tratta di due “disagi” strettamente intrecciati). Il secondo è invece opera di Ugo Cornia, s’intitola “Il professionale” ed è composto con un ritmo tambureggiante e scosceso, quasi una sorta di stenografia del pensiero, ma proprio per questo efficace nel ritrarre la fisionomia incerta di un mestiere sempre sul punto di perdersi, cioè di essere frainteso, vanificato e quindi ridotto, per contrappasso, a uno stereotipo.

Quale stereotipo? Quello descritto ironicamente dallo stesso Lodoli riguardo al suo ipotetico crepuscolo: “È finito il tempo delle vacche grasse, delle vacanze rubate, della scioperataggine viziosa e incallita. Buoni solo a lamentarvi degli stipendi bassi, dei programmi confusi, degli alunni che vi spernacchiano, di questo mondo Dolce e Gabbana”. È insomma lo stereotipo dell’insegnante fannullone, privilegiato, imboscato nella sua classe, gravato di appena venti ore di lavoro alla settimana (quando gli va proprio male) e altrimenti allietato da un mucchio di tempo libero per oziare alle spalle di chi lavora sul serio.

Per fortuna tutto adesso cambierà. È in arrivo la riforma dei sessanta minuti. Che poi in concreto significa dare agli insegnanti tre o quattro ore in più a settimana, vale a dire un numero maggiore di studenti, un contingente superiore di preparazioni da svolgere, compiti da correggere e riunioni da fare, mantenendo ovviamente invariato il livello di retribuzione. Con un’operazione del genere è assai dubbio che lo stereotipo dell’insegnante fannullone subirà nella percezione pubblica un mutamento decisivo (gli stereotipi, si sa, sono duri a morire). In compenso non migliorerà la qualità dell’insegnamento e non crescerà l’entusiasmo di una categoria che non ha certo bisogno di lavorare “di più”, ma semmai “meglio”.

Il vero punto è infatti proprio questo. Forse la polemica sulle ore “intere” dovrebbe essere riformulata e contestualizzata a partire da un esame approfondito dei problemi complessivi della scuola. Perfino nelle aziende, quando si devono tagliare i costi, si ragiona su come razionalizzare il processo produttivo senza incidere sul prodotto, anzi, perfezionandolo, e non si procede con l’accetta.

Corriere dell’Alto Adige, 10 novembre 2012

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One thought on “Con l’accetta non si può razionalizzare

  1. Eh, Gabriele: quelli che decidono della scuola, di solito, sono gente che di scuola non ne sa proprio nulla (a parte, probabilmente, averla odiata, perché probabilmente chissà quante volte son stati bocciati, visto che al vertice delle nostre istituzioni tendono ad andare i più ciucci. Vedi il recente ministro che abbiamo avuto. Insomma, ‘sti qui non capiscono niente, in generale; e della scuola ancor meno. ma che ti aspetti, che usino lo spilucchino? Macché, questi vanno giù con la mannaia, tanto quel che conta è fare cassa. E della qualità, purtroppo, non glie ne frega niente a nessuno.
    Per gli appassionati alla questione, se hanno stomaco, consiglio anche quanto affermato recentemente da un consigliere provinciale del Trentino. Qui: http://gattomur.wordpress.com/2012/11/10/speriamo-che-assieme-alla-nave-ammiraglia-affondi-al-piu-presto-anche-questo-canotto-gonfiato/

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