Impariamo a testimoniare la verità

Non è davvero un buon momento per la Regione Lazio. Oltre alle note vicende riguardanti il comportamento a dir poco sconcertante di alcuni suoi consiglieri, la cronaca recente ha evidenziato anche quella del finanziamento di un monumento celebrativo dedicato alla figura del “Maresciallo d’Italia” Rodolfo Graziani, già edificato nel piccolo centro di Affile (Roma). Con toni comprensibilmente indignati, ne ha parlato Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera di domenica.

Il nome di Graziani richiama l’epoca oscura del colonialismo italiano nei territori africani allora indicati coi nomi di Cirenaica e Abissinia. Graziani è stato un inflessibile propugnatore del razzismo fascista, essendo il razzismo un cardine ideologico del fascismo ben prima dell’estensione del cosiddetto “manifesto della razza” (1938), del quale egli fu poi peraltro uno dei primi firmatari. A lui sono in particolare legate pagine vergognose della storia nazionale che parlano di deportazioni, campi di concentramento e uso di gas letali nei confronti di popolazioni inermi. Lo spreco di denaro pubblico (127 mila euro) per erigergli un monumento diventa persino un dettaglio secondario. Ben più grave la pervicace incapacità di riflessione critica sul passato di un Paese che tende a dimenticare certi eventi oppure, come dimostra il caso in questione, addirittura li trasfigura edulcorandoli.

Ora, sappiamo come nella nostra provincia la tendenza alla dimenticanza o all’edulcorazione sia resa più difficile dalla “costrizione al ricordo spiacevole” esercitata da ogni gruppo linguistico sull’altro, spesso come puro risvolto del proprio vittimismo. Tanto più notevoli, perciò, gli esempi contrari, quando a rielaborare il passato mettono finalmente mano quelli che avrebbero il compito di farsene carico spontaneamente, almeno in nome delle istituzioni che rappresentano. In questo senso un plauso particolare va a Primo Schönsberg, il consigliere comunale del Pd che ha voluto promuovere l’odierna giornata in memoria della “marcia fascista” su Bolzano e della destituzione coatta del sindaco Julius Perathoner – al quale verrà intitolato il passaggio sotto l’arco di palazzo Amonn tra piazza Municipio e via Piave – avvenute esattamente novant’anni fa.

Al contrario di quanto affermato da alcuni critici malaccorti, l’iniziativa non andrà ad alimentare il senso di colpa di noi italiani e non ci spingerà ancora più nell’angolo di uno “spaesamento” cronicizzato semmai proprio dall’incapacità di fare i conti col nostro passato. C’è invece bisogno di gesti come questi per compiere un passo importante in direzione della riconciliazione e dell’affermazione di una verità della quale dobbiamo imparare a farci testimoni in prima persona.

Corriere dell’Alto Adige, 2 ottobre 2012

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