L’ambiguità del traditore

Qualche giorno fa, sul Corriere dell’Alto Adige, Giorgio Mezzalira ha pubblicato un bellissimo editoriale che cerca di riflettere su un tema che mi sta molto a cuore (e sul quale io stesso ho già scritto un testo che sarà pubblicato prossimamente). Lo ringrazio per avermi concesso la possibilità di renderlo disponibile ai (pochi) lettori di questo blog.

Nella storia di tutti i territori di confine una delle figure più ingombranti e ambivalenti è sicuramente quella del traditore: traditore per gli uni, eroe per gli altri. Il pensiero corre a Cesare Battisti, all’indebita appropriazione della sua figura operata per alimentare opposti nazionalismi e al tempo che ci è voluto per sottrarlo ad una rappresentazione schiacciata tra l’infamia e la gloria. Ma ancor più dell’esistenza di simili figure nel passato, vale la persistenza con cui si ricorre all’attribuzione di un simile marchio del disonore e il suo riconoscimento sociale. Infelice la terra che ha bisogno di eroi, sosteneva Bertold Brecht per bocca del suo Galileo, ma se sostituissimo agli eroi i traditori, il significato dell’affermazione non cambierebbe. Ancora negli anni 80 noi continuavamo ad essere una terra infelice; avevamo scoperto di covare in seno dei traditori, chiamati tali anche pubblicamente: Reinhold Messner e Alexander Langer. In quel caso non c’era nulla che avesse a che fare con l’accusa di un atto di intelligenza o di collaborazione con il nemico, la bolla di cui erano stati fatti oggetto denunciava semmai la manifesta incapacità di tollerare voci critiche e dissenzienti all’interno della propria comunità. La forza dispiegata contro i presunti traditori, ricordiamo la campagna stampa che fu condotta soprattutto nei confronti di Messner nella polemica sul “tradimento dei sudtirolesi” al tempo delle opzioni, fu pari alla preoccupazione di veder ricucito al più presto il vincolo di coesione del gruppo. La dissociazione dal comune credere e sentire dimostrava infatti che quel vincolo non era dato una volta per tutte, che il “noi” non solo poteva frantumarsi ma quello stesso mondo, che si autorappresentava unito e al riparo dall’esterno come una  solida comunità di storia e di destino, finiva per comprendere il suo “nemico”, dimostrandosi in tal modo vulnerabile. Come poteva garantire quella comunità di saper prendere la storia e il destino nelle proprie mani?

Oggi che gli storici hanno fatto un po’ di chiarezza sulla figura di Cesare Battisti, che Reinhold Messner in Sudtirolo è tornato a pieno diritto nella società dei rispettabili, che anche la figura di Alexander Langer ha finalmente avuto un suo riconoscimento ufficiale e che il collante etnico si è fatto più poroso, perché rimestare in quel passato?

Forse per ricordarci che il traditore è là dove c’è un confine da non oltrepassare, dove la linea di demarcazione tra amico e nemico, tra il dentro e il fuori, appare netta e inconfondibile, dov’è bandito lo scambio. Al traditore bisogna saper guardare anche come a colui che è capace di aprire brecce tra mondi separati e provocare processi di scambio anche se, come sostiene lo psicanalista Enrico Pozzi,  nella forma del corto circuito; la sua ambiguità ha il volto di Giano bifronte custode e protettore dei varchi, delle aperture, dei passaggi, l’unico a poter guardare dai due lati, da due prospettive, l’unico a godere di una sana distanza di sicurezza dal centro dei mondi.

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