La lealtà a corrente alternata

Pacta sunt servanda, i patti devono essere rispettati: chi non conosce in Sudtirolo il significato strumentale di questa espressione latina? Si potrebbe dire che su di essa – ripetuta come un mantra ogni volta che la cronaca politica ne fornisce l’occasione – si basa la rivendicazione di lealtà da parte di chi, in condizioni mutate, non avrebbe alcuna remora ad operare contro gli stessi patti se ciò si presentasse come necessario o anche soltanto vantaggioso.

Nella sua versione più accreditata, il richiamo al rispetto dei patti è l’argomento decisivo messo in campo dalla maggior parte degli esponenti della Svp allorché la discussione sul rispetto del contratto autonomistico è minata da tendenze secessionistiche non prodotte in seno al partito di raccolta. Capita però che il rispetto dei patti perda improvvisamente di fascino di fronte a due fenomeni non necessariamente legati, eppure dirompenti quando si presentano uniti da un tratto che spesso li accomuna: la presupposizione che l’autonomia sia una conquista interamente da attribuire alle virtù e ai meriti del gruppo linguistico tedesco, dunque qualcosa che l’Italia non riesce a rispettare fino in fondo.

Che la congiuntura attuale segnali un punto di massima tensione proprio alla luce di questo binomio pare fuori dubbio. Il recente declassamento del rating della provincia di Bolzano da parte dell’agenzia internazionale Moody’s (mediante la famigerata perdita dell’ambitissima tripla A) e la motivazione che ne è stata fornita – il declassamento delle province sarebbe un portato del declassamento del Paese – non fanno che rendere ancora più icastico quanto generalmente avvertito: far parte di una nazione fallimentare è già di per sé un fallimento e bisogna fare qualcosa, qualsiasi cosa, pur di non condividerne, anche solo in parte, le conseguenze. Contro la forza elementare di una simile conclusione non servirebbe probabilmente ricordare che i patti sono da rispettare pure quando la situazione complessiva non garantisce più il benessere e l’opulenza di qualche anno fa.

Cambierebbe forse qualcosa se, da parte sua, il governo centrale fosse disposto a riconoscere la validità dei suoi onerosi impegni, quelli relativi al finanziamento dell’autonomia, e non facilitasse invece di ora in ora il compito a chi, per usare un eufemismo, non ha molto a cuore l’unità dello Stato? Se ne può dubitare, ovviamente, ma non senza notare che, se a rompere i patti si applicano tutti quelli che li hanno stipulati, allora poi diventa veramente difficile riuscire a mantenerli.  

Corriere dell’Alto Adige, 26 luglio 2012

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